Le storie di Laura e Lory

Uno scaffale aperto a tutti coloro che hanno voglia di leggerci
venerdì, 20 novembre 2009

XXXIV - La lunga guerra

Avviso ai naviganti/lettori: causa partenza anticipo la pubblicazione del 34simo capitolo, staro' via una settimana.
Il cavallo di Kimen, libero di seguire i passaggi più comodi, raggiunse l’argine del Cedillon a sud della Montagna Spaccata. La riva era lì ampia e sabbiosa, a creare una piccola insenatura protetta dagli alberi. Addossato al tronco di uno di questi stava un uomo. Aveva accanto a sé uno zaino impolverato e consunto, così come gli stivali che aveva tolto per immergere i piedi nell’acqua. Indossava abiti scuri, sui toni del verde. Forse un tempo quei colori erano stati brillanti, ma il sole e il tempo li avevano spenti. L’uomo aveva lunghissimi capelli neri e un volto dall’espressione assorta. Non aveva armi con sé e Kimen riconobbe in lui un Viandante. I Viandanti erano uomini e, rare volte, donne che avevano scelto di fuggire dalla Lunga Guerra tagliando i legami con il consorzio umano. Percorrevano a piedi il mondo, disarmati, vivendo alla giornata. Erano riconosciuti neutrali dagli eserciti, ufficialmente. Ma la possibilità che fossero spie del nemico, faceva sì che spesso un Viandante finisse a languire in qualche prigione. Non era una vita facile né comoda. Quando non erano gli eserciti, la minaccia veniva dai banditi, dalle bestie feroci, dalle malattie e dalle intemperie. Però erano liberi, apolidi, valevano per se stessi. Il loro nome era declinato da solo, senza il paese di appartenenza. Kimen sarebbe stato Kimen e basta. Non sarebbe appartenuto a Neapyx, ma solo a se stesso.
L’uomo sentì arrivare il cavallo e alzò il viso. Aveva quel tipo di occhi che, quando si alzano a guardarti, danno l’impressione che una luce si sia accesa. Erano verdi, di una luminosità inquietante e, nell’incontrarli, Kimen provò un brivido involontario.
“Che la pace risplenda sul tuo cammino” disse il Viandante.
Il generale smontò da cavallo. Il sole cominciava a scendere dietro la Montagna Spaccata e Kimen si rese conto di non aver mangiato nulla per tutto il giorno. L’uomo parve leggergli nel pensiero. Estrasse dallo zaino dei viveri.
“Vuoi dividere la mia cena, soldato?” propose.
“Mi chiamo Kimen” disse avvicinandosi.
Il Viandante, rimessi gli stivali, si alzò rivelando una statura che sfiorava i due metri.
“Il mio nome è Krain” dichiarò, poi lo invitò con un gesto a sedersi.
“Da dove vieni?” chiese, mentre Kimen estraeva delle gallette dalla propria bisaccia.
“Da Neapyx.”
“E dove vai?”
“Non lo so.”
Si sentiva strano. All’improvviso aveva l’impressione di seguire uno schema stabilito da altri, di recitare una parte. Krain gli rivolse un sorriso.
“Risposta filosofica. Nessuno sa dove sta andando” commentò.
“Sei un Viandante, vero?”
“Si, percorro il mondo senza una meta, in attesa che la follia umana o la mia vita si esauriscano. Ritengo sia più facile che si esaurisca la seconda.”
Kimen lasciò cadere il cibo che aveva in mano e si alzò bruscamente. Krain si limitò a seguirlo con quei suoi occhi chiarissimi. Colui che percorre il mondo conosce la strada del fuoco. Le parole dello Psichico risuonavano nella mente di Kimen insieme a un moto di ribellione. Aveva creduto di essere libero, di aver deciso autonomamente di abbandonare la missione. Invece era tutto finalizzato. Finalizzato a quell’incontro, in quel punto, a quell’ora. Aveva trovato la terza traccia e non era un caso. Niente più era un caso. Kimen si sentì sull’orlo delle lacrime. Rabbia e delusione gli si affollavano dentro e gli occhi di Krain non cessavano di fissarlo, trasparenti abissi di comprensione e, forse, di pietà. Quell’uomo sapeva. Il generale respirò profondamente e chiamò a raccolta le sparse forze della sua razionalità, prima che si sbandassero del tutto, lasciandolo in preda alla follia.
A tutto c’è una spiegazione, si disse. Io non so quale sia, ma so che esiste ed è plausibile e razionale.
Si calmò e tornò a sedersi. Krain non chiese spiegazioni. Continuò a mangiare in silenzio. Dopo qualche minuto Kimen, con falsa noncuranza, gli fece una domanda: “Tu che giri il mondo, hai mai sentito parlare di una strada del fuoco?”
Krain il viandante
                                 
Lo avevano seguito attraverso la foresta, lo avevano visto fermarsi sulla riva e parlare con il Viandante. Kimen non si era stupito nel vederli arrivare e Krain aveva esteso a loro la sua ospitalità e la sua spiegazione.
“Ad est di qui, a circa un giorno di cammino, ci sono le rovine di Samir, la città delle Scienze. Ne avete mai sentito parlare?”
“Era una città universitaria - rispose Litia. - Nei suoi laboratori lavoravano i migliori scienziati del mondo. E’ lì che sono state elaborate le superarmi.”
Krain annuì.
“Samir, allora, era nelle mani dei golpisti. Furono loro a volere che i laboratori sotterranei fossero ampliati. La guerra divampava e i lavori procedevano, creando una rete di gallerie che si estendevano verso nord-est. A intervalli regolari venivano aperte delle uscite di sicurezza in superficie che servivano anche da condotti di areazione.”
“Come conosci tutte queste informazioni?” chiese Ghillean.
“Non sono sempre stato un Viandante, signora.”
“Eri un Tecnico?” chiese Litia.
“Si, mi si poteva definire così.”
“Lasciatelo continuare” intimò Tarnell.
“Non c’è molto da aggiungere. I laboratori sotterranei furono scoperti. Oqrius vi inviò un commando suicida con l’incarico di farli saltare. Tutte le uscite di sicurezza, che si snodavano da Samir fino ai Ravvel eruttarono come vulcani quando i laboratori e ciò che contenevano esplosero. Si creò una strada di colonne di fuoco che bruciarono per un paio di giorni. Quella, da allora, è chiamata la Strada del fuoco.”
Il disegno e' di Gianluca Abbondanza. Non ho link su di lui, mi ha fatto questo regalo ed e' sparito nei meandri della Rete. Non so se tornera' o se e' stato un una tantum. Comunque con noi rimane sempre il grande Niccolo' Pizzorno.
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domenica, 15 novembre 2009

XXXIII - La lunga guerra

Kimen si era agitato per tutta la notte, tormentato dagli incubi. Quando sorse il sole, sembrava invecchiato e stanco. Cominciava a recuperare la voce, ma non disse niente. Neanche quando giunsero sul ciglio della Montagna Spaccata e davanti a loro si aprì uno spettacolo colossale. Le pareti lisce e levigate nel punto più alto dovevano misurare circa duecento metri, erano completamente coperte dai disegni più svariati e variopinti. All’origine dei tempi quel particolare tipo di roccia era stato infiltrato da minerali e materia organica. Il capriccio della natura aveva dato a quelle infiltrazioni la struttura di veri e propri affreschi. Non potevano vedere la parete sul cui ciglio si trovavano, ma quella di fronte, sulla sponda occidentale del Cedillon, si offriva in piena luce ai loro sguardi ammirati. C’erano paesaggi sconosciuti e misteriosi, sagome d’uomini e di animali, sfumature di colore mai ottenute da mano umana. Gli aironi, candidi e slanciati nella loro stilizzazione, volavano quasi al centro della parete, i lunghi becchi puntati ad est. Avevano avuto la risposta al secondo enigma: dovevano dirigersi ad oriente, inoltrandosi nel territorio di Kiderion. Ma indugiarono a lungo davanti alle immense pagine del libro della Grande Madre, chiedendosi quali altre risposte si celassero in quelle immagini, quale storia passata o futura narrassero. Mentre risalivano a cavallo per scendere di nuovo nella Foresta Blu, erano tutti consapevoli che ora toccava a Kimen spiegare la terza traccia. Soprattutto ne era consapevole lui.

“Io vi lascio” dichiarò quando furono ai piedi della Montagna Spaccata. Gli altri tre lo guardarono increduli.

“Non puoi!” esclamò Litia.

“Perché no. La traccia la conoscete, riuscirete a interpretarla.”

“No che non ci riusciremo, ognuno di noi deve...”

“Me ne vado principessa. Qualunque cosa tu possa dire o fare, non cambierò idea.”

“E come spiegherai al tuo governo questa defezione?” chiese Ghillean.

“Non lo so e non mi interessa.”

“Kimen, non puoi arrenderti così - disse Tarnell. - Quello che ti è successo è stato...”

“Tu non lo sai com’è stato!” gridò il generale.

Un accesso di tosse lo bloccò, costringendolo a portarsi le mani alla bocca. Le ritrasse schizzate di sangue. Si pulì sui pantaloni, poi imbracciò il fucile.

“Addio” disse voltando il cavallo in direzione del Cedillon.

Lo guardarono allontanarsi poi Litia chiese: “Lo lasciamo andar via così?”

Ghillean guardò Tarnell.

“E’ impazzito!” esclamò il kideriano.

“Ragione di più per non lasciarlo solo, soprattutto in questa dannata foresta.”

“Ha ragione” ratificò Ghillean.

“Accidenti a lui. Siete sicure che non potremmo decifrare la terza traccia da soli?”

Le due donne si limitarono a guardarlo.

“Va bene. Seguiamolo e vediamo che succede.”

 

Kimen non avrebbe saputo spiegare l’origine di quell’impulso. Sapeva soltanto che voleva andarsene e dimenticare. La guerra, la missione, il mutato, l’orribile esperienza fatta. Procedere solo tra gli alberi blu sembrò tranquillizzare il suo animo. Mise il fucile a tracolla e si sistemò più comodamente in sella, senza tentare di capire o razionalizzare. Lasciò la mente libera di vagare e il cavallo libero di scegliere le vie più agevoli nel fitto sottobosco, senza una meta. La sua giovinezza era finita troppo presto perché gli fosse concesso di vagabondare nei boschi di Neapyx. Figlio di un antimilitarista fanatico e ottuso, era entrato nell’esercito a soli sedici anni. Da quel momento la sua vita era trascorsa tra le mura delle caserme. Non aveva avuto molte occasioni di combattere, ma quelle poche erano bastate per garantirgli una fulminea carriera. Il suo non era un caso unico. Se non era la guerra, erano le malattie a sfoltire l’ufficialità neapisiana. Essere un generale aveva i suoi vantaggi, ma Kimen non ne approfittava. Non aveva mai nutrito ambizioni di comando, forse non aveva mai semplicemente nutrito ambizioni. Si riteneva una persona normale e aspirava a una vita normale: una casa, una moglie, dei figli. Non voleva né misteri, né sfide. Adorava i lavori manuali, la possibilità di creare dalla materia grezza qualcosa di utile. Era bravo con le armi, ma non gli piaceva uccidere. Lo faceva, se era necessario, e poi non ci pensava più. Per Kimen i tormenti interiori erano inutili. Avere dei rimorsi non serviva a cambiare la realtà e la realtà era tutto ciò che accettava. La fede di Kimen si riduceva ai suoi cinque sensi, tutto ciò che era al di fuori della loro portata non esisteva e basta. Solo che la realtà gli stava sfuggendo di mano.

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mercoledì, 11 novembre 2009

Gli incubi del generale Kimen

29 incubi per kimen

Non e' un bel momento per il nostro generale Kimen. Invece proseguono sempre alla grandissima i pennelli di Niccolo' Pizzorno.

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domenica, 08 novembre 2009

XXXII - La lunga guerra

Kimen rimase privo di conoscenza per molte ore. Il suo corpo recava segni bluastri un po’ dappertutto. Intorno al collo era evidente un tentativo di strangolamento. Gli angoli della bocca sanguinavano come se qualcuno lo avesse costretto a spalancarla oltre le umane possibilità. Ma ciò che più di ogni altra cosa aveva colpito i suoi compagni era quella ciocca di capelli bianchi. Tarnell aveva provveduto a rivestirlo, poi avevano atteso, ascoltando i suoni sconnessi che gli uscivano a tratti dalle labbra. Il sole era a metà del suo cammino quando Kimen riaprì gli occhi. Ghillean, che gli era accanto, avvertì gli altri due. Le iridi verdi dell’uomo fissarono l’azzurro del cielo per un lungo minuto, poi si spostarono su di loro.

“Siete salvi?” chiese, e dalla gola martirizzata uscì solo un roco bisbiglio.

“Si - rispose Ghillean. - Ma salvi da cosa?”

Kimen guardò Litia con un’espressione che nessuno di loro riuscì a decifrare. Poi si rivolse a Tarnell.

“Voglio parlare con te. Da solo.”

Le due donne lanciarono un’occhiata al kideriano che fece loro cenno di allontanarsi. Kimen raccontò tutto ciò che era accaduto, nei minimi particolari. Quando ebbe finito tacque fissando il margine della foresta. Tarnell era sconcertato.

“L’uomo, l’essere con il mantello poteva essere una Camicia Scarlatta?”

Kimen scosse la testa. Il dolore alla gola era tale da fargli pensare che non avrebbe più riacquistato l’uso della voce.

“Dobbiamo uscire da questa foresta al più presto. Forse dovremmo cercare di raggiungere il fiume prima che faccia notte.”

“E poi?” chiese Kimen in un sussurro.

“Se avessimo un’imbarcazione...”.

Il generale mimò l’atto di nuotare.

“Di notte sarebbe troppo pericoloso, e poi dobbiamo vedere i disegni della Montagna Spaccata.”

Kimen gli afferrò un braccio.

“Dobbiamo andare via di qui” scandì.

Tarnell si alzò e si diresse dalle donne.

“Che gli è successo?” chiese Litia.

Glielo raccontò, saltando i particolari più scabrosi. Ghillean ascoltò con interesse la descrizione del misterioso uomo incappucciato.

“Ci mettiamo in marcia, - disse Tarnell. - Cerchiamo di raggiungere il Cedillon prima che cali il sole.”

“Non possiamo farcela” obiettò Litia.

“Dobbiamo. Kimen pensa che potremmo non sopravvivere a un’altra notte qui e forse non sta esagerando.”

Con la guida di una bussola impazzita, si inoltrarono nel folto della foresta, conducendo i cavalli a mano e tentando di seguire l’ovest. Il fatto che il sole si affrettasse verso il tramonto li aiutò per l’orientamento, ma scatenò in loro il timore di venire sorpresi dalla notte nel bel mezzo della Foresta Blu. Non accadde. Mentre la luce cominciava a languire nel cielo, gli alberi si aprirono davanti a loro, mostrando il fianco erboso di una collina alta e tondeggiante: la Montagna Spaccata. Saliti a cavallo cominciarono a inerpicarsi tra le alte erbe azzurrine che, accarezzate dal vento, creavano suggestive onde argentee. L’intera, grande collina sembrava rotolare su se stessa. Il cielo su di loro aveva tutti i colori del tramonto. Alla loro destra, verso nord, potevano vedere il corso del Cedillon rispecchiare l’oro rosso del sole. Il calare della notte li trovò a poca distanza dalla cima. Non rischiarono di proseguire al buio. Si accamparono lì, felici di aver lasciato in basso il mare misterioso di piante blu. Si raccolsero intorno al fuoco e mangiarono in silenzio. Litia non riusciva a staccare gli occhi dalla ciocca bianca tra i capelli del generale. Kimen aveva creduto di fare l’amore con lei e si era trovato un mostro tra le braccia. La cosa, in un certo senso, la lusingava. Per averla Kimen aveva abbandonato il posto di guardia e le armi.

Sei proprio una donnicciola cretina, si disse. Se potesse leggerti nel pensiero, Kimen si sganascerebbe dalle risate. E’ un uomo e sarebbe corso nudo e senza armi dietro a qualsiasi femmina gli si fosse offerta!

Il generale alzò gli occhi e i loro sguardi si incontrarono per un secondo. Kimen sapeva che Tarnell aveva raccontato alle donne quanto era accaduto. Sapeva anche che doveva aver sfrondato parecchio la parte erotica. Tuttavia si sentì avvampare al ricordo di quel che aveva provato, di quello che aveva pensato mentre sfogava le proprie pulsioni sessuali nel corpo che credeva di Litia.

Se sapesse, pensò, sarebbe capace di uccidermi. Quello non era fare l’amore, era uno stupro.

Però era giustificato dal comportamento di quell’essere, da ciò che gli aveva fatto, dalla spregiudicatezza con cui aveva usato il suo corpo. Nonostante l’orrore provato, il pensiero di quei momenti era bastato a eccitarlo. Si alzò bruscamente, disgustato di se stesso, allontanandosi dal fuoco e offrendo il viso e i capelli, liberi dal laccio di cuoio, alla carezza del vento. Litia gli si avvicinò alle spalle facendo più rumore del necessario, per non spaventarlo.

“Chi credi che fosse quell’essere che ti ha assalito?” chiese.

Kimen non si voltò.

“Non era un essere umano” bisbigliò.

“Non avrebbe potuto essere un mutato? Nessuno di noi sa come realmente sia.”

“Non mi interessa sapere chi o cosa fosse!”

Le parole gli raschiarono la gola, rabbiose e rauche.

“Scusami. Mi rendo conto che sei ancora sconvolto, ma io volevo solo...”

Kimen si girò di scatto, afferrandola per le spalle.

“Io non sono ancora sconvolto! - bisbigliò - Io resterò sconvolto per il resto della mia vita. E’ stata una cosa... umiliante, disgustosa, oscena!”

La allontanò da sé bruscamente, ma non poté impedire che Litia scorgesse un luccichio di lacrime tra le sue ciglia.

“Kimen, io vorrei aiutarti.”

“Non ho bisogno del tuo aiuto. Lasciami solo!”

La principessa obbedì, in silenzio. Ghillean le si avvicinò, quando la vide tornare al bivacco.

“Tutto bene?” chiese.

“No, ma me la sono cercata. Non avrei dovuto andare a parlargli. Tra tutti sono la meno adatta.”

“In questo momento nessuno di noi sarebbe adatto. Kimen ha provato cosa significa subire una violenza, ma non ha le doti di recupero di una donna. Gli ci vorrà più tempo per uscirne.”

“Perché quell’essere ha preso le mie sembianze e non le tue?”

“Sai già la risposta. Kimen è attratto da te, non da me.”

“E’ un uomo impossibile. Non ha un briciolo di sensibilità.”

“Forse è solo nascosta molto in fondo, nella sua anima.”

Litia non fece commenti e Ghillean riprese: “Sei la figlia di un re, un giorno sarai a capo di uno stato. Ce lo vedi il generale Kimen a fare da principe consorte?”

“Chi ti dice che vorrei farne il mio compagno?”

“Me lo dici tu, il modo in cui lo guardi. E’ bello, ne convengo. Ma tu hai bisogno di qualcosa di più.”

“Tipo?”

“Kimen non sussurrerà mai ‘ti amo’ al lume delle stelle. Non ricorderà il tuo compleanno. Continuerà a pensare che una donna è fatta per badare alla casa e ai figli, anche quando tu avrai una corona sulla testa. Potrebbe amarti, anche molto, ma non lo dimostrerà neanche se glielo chiederai in ginocchio. Non condividerà nessuna delle tue passioni o ambizioni. Ciò che per te sarà importante, a lui sarà indifferente.”

Litia la guardò incuriosita.

“Sembra che tu lo conosca da molto tempo.”

“No, ma conosco uomini come lui. Uomini che hanno rinnegato tutto ciò che di femminile esisteva nel loro animo. Succede, soprattutto ai soldati. Non sono uomini, sono maschi e a una donna non hanno altro da offrire che un corpo.”

“Potrebbe cambiare accanto alla persona giusta.”

Ghillean le sorrise, sentendosi improvvisamente vecchia e disillusa (o forse saggia) davanti alle avvisaglie di quell’amore.

“Gli uomini - disse - non cambiano.”
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mercoledì, 04 novembre 2009

Non era Litia...

28 esseri luminosi

E no, non era Litia, ma il povero generale Kimen non poteva certo immaginare...

Il disegno e' sempre del nostro Niccolo' che dimostra di saperci in fare in qualunque contesto.

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domenica, 01 novembre 2009

XXXI - La lunga guerra

“Un traliccio dell’alta tensione - disse Ghillean. - Serviva a portare la corrente elettrica da un punto all’altro dello stato.”

La corrente elettrica era una magia sempre più rara nel mondo. I Tecnici custodivano gelosamente i pochi generatori ancora funzionanti. Il traliccio aveva cessato da secoli la sua funzione, eppure si avvertiva, lì intorno, un vibrare dell’aria. Come se ancora una forte energia percorresse quel metallo.

“E’ un buon posto per passare la notte, - disse Kimen. - Possiamo tenere sotto controllo tutta la radura. Se qualcuno vorrà avvicinarsi, dovrà farlo allo scoperto.”

Smontarono da cavallo e si apprestarono a disporre i giacigli ai piedi del traliccio. Sulle basi di cemento che lo sorreggevano, c’erano piastre metalliche con dati tecnici, un teschio e una folgore. Mentre i due uomini si occupavano della legna per accendere il fuoco, Ghillean e Litia estrassero dalle bisacce il necessario per la cena.

“Non mi piace questo posto” disse la principessa.

“Neanche a me. Ma non possiamo fare niente per cambiare la situazione.”

“Questo prato - riprese Litia - sembra falciato. E perché la foresta non ha invaso la radura? Com’è possibile che rimanga perfettamente circolare a distanza di secoli?”

“Forse i nostri antenati fecero in modo che gli alberi non potessero crescere accanto al traliccio, per evitare il pericolo di incendi.”

“Neanche il più potente dei Tecnici può impedire all’erba di crescere, alla gramigna e all’ortica di attecchire.”

Lasciò che Ghillean richiudesse le fibbie delle bisacce, poi continuò: “C’era qualcuno nella foresta. Ne sono certa.”

“E’ l’impressione che abbiamo avuto tutti. Ma, ammesso che sia vero, potrebbero non essere dei nemici. Il territorio di Kiderion pullula di comunità che hanno voluto tagliare tutti i legami con il resto del mondo. Potrebbero aver paura di noi.”

“Mai quanta ne ho io di loro.”

Tarnell e Kimen accesero un gran fuoco che rischiarò lo spiazzo, mettendo in fuga le ombre ma non le loro inquietudini. Stabiliti i turni di guardia, si coricarono con le armi a portata di mano, quasi certi di avere davanti una notte insonne. Non fu così. Kimen dormiva profondamente quando Tarnell lo chiamò per il suo turno.

“Tutto tranquillo?” chiese sbadigliando.

“Si, solo qualche animale che si avvicina a curiosare.”

“Che genere di animali?”

“Non sono riuscito a vederli bene. Hanno paura del fuoco.”

Il generale si stirò, poi imbracciò il fucile.

“Buonanotte” augurò a Tarnell.

“Buona guardia” gli rispose il kideriano.

Qualche secondo dopo dormiva e Kimen fu solo.

Non era un pauroso. Però era teso. La tensione lo aveva riassalito non appena aveva aperto gli occhi e aveva immediatamente fugato ogni traccia di sonno. Attizzò il fuoco aggiungendo un paio di rami blu. Una danza di scintille si levò in alto, vorticando. Quel vortice catturò il suo sguardo. Le scintille salivano e scendevano, senza spegnersi, senza disperdersi. Si muovevano come in una coreografia già stabilita, improvvisando girotondi e spirali, si avvicinavano e si allontanavano assumendo strane forme. Una stella, un fiore, una farfalla di fuoco palpitante, una fata nuda e alata. Kimen si riscosse, sbattendo più volte le palpebre e colpendosi con uno schiaffo. Le scintille erano sparite, ma era rimasta in lui la paura. Si, stavolta era paura allo stato puro. Annusò l’aria alla ricerca della traccia odorosa di qualche droga, trovò solo l’odore del fumo di legna. Si allontanò dal fuoco e cominciò a pattugliare in circolo la vasta radura, respirando profondamente per calmare i battiti furiosi del proprio cuore. Cercò di convincersi che il sonno lo aveva riassalito, facendolo sognare per alcuni istanti.

Si, pensò, non può essere altrimenti.

Completò il giro continuando a guardarsi le spalle a ogni passo. Quando fu di nuovo accanto al fuoco, vide Litia alzarsi dal suo giaciglio e venire verso di lui.

“Torna a dormire - le disse. - Non è ancora il tuo turno.”

La principessa non rispose, ma con un unico, semplice gesto, lasciò cadere le vesti restando nuda davanti a lui. Le fiamme percorrevano con guizzi di luci e ombre il suo corpo. Kimen lasciò che i suoi occhi indugiassero sul seno rigoglioso e vellutato, sulla linea morbida del ventre, sulle cosce candide e tornite. Litia gli si avvicinò, le labbra leggermente dischiuse, gli occhi accesi da una luce inequivocabile. Gli tolse di mano il fucile, poi cominciò a spogliarlo velocemente. Quando fu nudo, Litia lo guardò, a lungo, senza pudore percorrendogli il corpo con gli occhi e con le mani. La Foresta Blu, i pericoli della notte, la misteriosa danza delle scintille, tutto svanì al tocco di quelle mani. La principessa lo guidò fuori dal cerchio di luce, vicino al limite della foresta, lo invitò a sdraiarsi sull’erba. Kimen chiuse gli occhi e lasciò che la bocca di Litia si impadronisse di lui. Non aveva mai provato niente di simile. Non erano solo le arti erotiche della principessa, era tutta la situazione a eccitarlo oltre ogni limite. Quella donna così altera ora era lì, intenta a dargli piacere, pronta a concedergli qualsiasi cosa. La sentì sdraiarsi su di lui e accoglierlo dentro di sé con passione. Kimen aprì gli occhi per godere della vista del suo corpo, dei capelli fulvi che le ricadevano sul viso, delle labbra schiuse. Salì con le mani a impadronirsi dei suoi seni, mentre lei si muoveva, ondeggiando i fianchi. Kimen perse la testa. Con violenza la rovesciò sotto di sé e la prese con brutalità, sentendosi ormai più un animale che un uomo. Litia gemeva di piacere o forse di dolore, ma a lui non importava. La figlia di Tamis XII era lì, sotto di lui come una qualsiasi cameriera da locanda. Ma nel momento in cui il piacere raggiunse il suo apice, una scintilla di raziocinio illuminò la sua mente. Sul seno di Litia non c’era alcuna traccia della ferita che i Meccanici le avevano inferto. Il piacere si mutò in dolore mentre una strana luce si accendeva negli occhi di quella donna. Improvvisamente parve farsi evanescente mentre altri occhi si accendevano intorno ai loro corpi avvinghiati. Kimen tentò di alzarsi ma qualcosa lo afferrò alla gola, qualcosa di viscido e lattiginoso, come l’essere che aveva perso le sembianze di Litia. L’essere che lui aveva penetrato e che ora lo teneva prigioniero. Vide gli altri esseri dagli occhi luminosi allontanarsi da loro, verso i suoi compagni addormentati e inermi. Cercò di urlare, ma la pressione intorno alla sua gola glielo impedì. Cominciò a colpire quell’essere con tutte le sue forze, ma i suoi pugni affondavano in quel corpo senza alcun esito. Una risata soffocata fu la reazione ai suoi tentativi. L’essere che lui aveva posseduto con tanta brutale foga, stava ora per possederlo. Il suo torace stava affondando in quello che era stato un seno di donna. Il bacino e le natiche erano ormai completamente ricoperti da quella materia fredda e lattea. Il volto informe si avvicinava al suo e Kimen capì che stava per essere aspirato, inglobato da quella gelatina vivente. Quella che era stata una bocca si impadronì della sua in un bacio orribile al quale non poté sottrarsi. Se mai uomo venne penetrato, quello fu Kimen. L’essere gli invase la bocca, poi penetrò nella gola procurandogli dolorosi conati di vomito. Kimen stava per morire, ma decise che prima sarebbe impazzito, perché la sua mente non poteva tollerare la realtà di quanto stava accadendo. Prima che la gelatina gli penetrasse anche le orecchie, Kimen sentì una parola, un unico imperioso ordine, quasi una nota musicale che mai sarebbe riuscito a riprodurre. L’invasione del suo corpo si fermò, poi cominciò, a malincuore, a ritrarsi. Solo allora Kimen poté vedere una figura oscura, avvolta in un mantello, con un cappuccio a nascondere completamente il volto. L’essere di gelatina lo lasciò libero e nudo sull’erba e il generale vomitò con una violenza tale da credere di morirne. Quando riuscì a rialzare la testa, l’essere incappucciato era sparito, così come quello gelatinoso. Si alzò barcollante e solo allora ricordò gli altri occhi luminosi che si erano diretti al bivacco. Corse allora verso il fuoco e cominciò ad urlare. Tarnell, Ghillean e Litia, svegliati dalle sue urla, lo videro arrivare nudo, con un’emorragia dal naso. Fu Tarnell a sorreggerlo. Il generale emise suoni sconnessi, poi crollò svenuto tra le sue braccia. La ciocca di capelli che gli ricadeva sempre davanti agli occhi, aveva aderito alla fronte madida di sudore. Era bianca come la neve.
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venerdì, 30 ottobre 2009

La foresta blu

27 foresta blu

Benvenuti nella Foresta blu... ma guardatevi intorno con attenzione

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domenica, 25 ottobre 2009

XXX - La lunga guerra

Un capitolo un po' più lungo degli altri, perché le cose per i nostri eroi stanno per cambiare... e non necessariamente in meglio.

17 accampati

Era evidente che quel genere di battibecchi divertiva entrambi. Ghillean li lasciò al loro gioco e si avvicinò a Tarnell.

“Se vuoi stare solo non hai che da dirlo” disse.

Tarnell fu tentato di rifiutare la sua compagnia. Pensò a Doren e al conforto che lei gli avrebbe dato. Doren era una donna nata madre. Lo avrebbe preso tra le braccia e lo avrebbe cullato, senza parlare.

“No - rispose - siediti.”

Ghillean obbedì. Quello che Tarnell stava intagliando, al buio, era una specie di flauto.

“Ne avrò fatti migliaia da quando sono a Kiderion. Mai uno che suonasse.”

“Mi dispiace per i tuoi uomini.”

“A modo loro erano soldati. Sono morti combattendo, anche se non credo che la cosa consolerà le loro donne.”

“No, non le consolerà.”

“Sei stata coraggiosa ieri. Molto.”

“Ho agito d’impulso. Se avessi ragionato non l’avrei fatto.”

“Questa è una missione molto rischiosa. Se io fossi il tuo compagno non avrei permesso che tu partecipassi.”

Ghillean sentì tutte le domande inespresse in quelle parole.

“Sono vedova. Mio marito è morto in battaglia sei anni fa. Il mio re, Lionel, mi ha mandata a rischiare la vita. Il fatto che io fossi una delle sue concubine non ha fatto molta differenza.”

Tarnell abbassò lo sguardo.

“Non volevo immischiarmi.”

“Perché no? Siamo compagni. E’ giusto conoscersi.”

Stavolta fu lui a sentirsi in dovere di parlare.

“Ho una donna che mi aspetta, Doren. Mi dispiacerebbe non tornare da lei.”

“Tornerai. Sei in gamba.”

Tacquero fissando le canne nel buio.

“Ami Lionel?”

“No. Amo Vallen, mio marito. Ma a volte si ha bisogno del calore di un corpo umano.”

“E se Vallen fosse stato vivo, ma lontano?”

Per un attimo Tarnell pensò che Ghillean non volesse rispondere.

“Quando Vallen era vivo, non era mai lontano. L’amore che ci univa era tale da vincere anche la più lunga delle separazioni. Sapevo che c’era e che sarebbe tornato e questo mi bastava. Davanti alle difficoltà, il pensiero di Vallen era qualcosa che ridimensionava tutto. In fondo, per noi due, nulla era abbastanza importante da offuscare la gioia di essere insieme.”

Tacque. Il suo profilo si stagliava contro la luce del bivacco, nitido. Tarnell si accorse che le tremavano le labbra. Lo scintillio di una lacrima le rotolò su una guancia.

“La morte è una brutta cosa - continuò. - Si pensa sempre che a noi non può succedere, che sia un evento riservato al resto dell’umanità. L’amore dovrebbe rendere invulnerabili e immortali. Ma non è così. Vallen era un soldato e io sapevo che poteva succedere. La mia mente lo sapeva, ma il mio cuore rifiutava anche solo di considerare quell’eventualità. Non credo esista dolore più grande della morte di una persona amata.”

Si passò la manica sul viso, con un gesto infantile e sconsolato, per asciugarsi le lacrime. Poi sorrise.

“Scusami. Ero venuta per consolarti e invece ti ho afflitto con i miei ricordi.”

Fece per alzarsi ma Tarnell la trattenne.

“Resta qui” disse, commosso dalla tenerezza che gli ispirava.

Le carezzò i capelli che sfuggivano in lunghi riccioli dalla treccia.

“Doren è una donna fortunata” disse Ghillean.

No, pensò Tarnell, non lo è.

                              

Non cercate la Foresta Blu sulle carte dei nostri giorni. Non c’è più. Ciò che 500 anni di guerra non riuscirono a fare, lo hanno fatto secoli di pace, inquinamento e prosperità. Gli spettacolari alberi di quella foresta unica al mondo vennero abbattuti, segati e modellati in mobili esclusivi per le case dei ricchi. Ci fu chi si fece costruire intere ville con quel legno durissimo e blu. Il terreno dove sorgeva la foresta venne sventrato da un’autostrada costruita per consentire l’accesso dei turisti alla Montagna Spaccata e ai suoi incredibili affreschi naturali. Sorsero alberghi, residence, campi da golf e piscine. Venne creato un molo turistico affinché i ricchi possessori di barche potessero godere di quella vista anche dal loro natante. Gli scienziati asserviti al dio Mercato tentarono invano di capire quale componente del suolo avesse reso possibile il miracolo della Foresta Blu. Ricrearlo in laboratorio avrebbe significato trarre enormi profitti dall’allevamento di alberi per mobilio chic. Non capirono mai che la Foresta era stata un dono della Natura, un dono della magia di un luogo unico e irripetibile. Quella magia era ancora intatta e potente quando i nostri quattro amici vi giunsero.

                                

Nessuno di loro c’era mai stato prima. La zona faceva parte di quel territorio di Neapyx che la repubblica non aveva più la forza di controllare. Erano a Kiderion, la terra di nessuno, il luogo dove tutto era possibile. Compreso l’apparire quasi improvviso di alberi svettanti dalla chioma lussureggiante di un blu intenso, che non nascondeva del tutto il verde originario, ma lo arricchiva di sfumature di zaffiro, di lapislazzuli, perfino di turchese nei germogli più teneri che davano il benvenuto alla primavera. La Foresta era fitta e quasi buia al suo interno. L’intrico del sottobosco era tale da creare seri problemi ai cavalli.

“Credo sia meglio procedere lungo l’argine del Cedillon, senza inoltrarsi.”

La proposta di Kimen fu accettata all’unanimità. Nonostante la bellezza mozzafiato di quegli alberi, la Foresta sembrava dotata di una sua strana atmosfera, come di un luogo sacro e proibito ai profani. Esercitava un potere di attrazione-repulsione che li rendeva taciturni e pensierosi mentre procedevano lentamente sull’argine fangoso del fiume. La Montagna Spaccata, sebbene dovesse essere vicina a giudicare dalle carte di Kimen, era nascosta alla loro vista dall’altezza degli alberi. Anche le acque del Cedillon avevano assunto una profonda colorazione azzurra, ma non riuscivano a capire se era solo il riflesso della foresta o la tinta assunta dall’acqua. Il fiume, in quel tratto, era meno ampio e particolarmente limpido lungo le rive. Tutti e quattro videro grossi pesci sfrecciare rapidissimi in un metallico bagliore di cobalto. Il riflesso era ovunque. La pezzatura bianca di Marla aveva assunto una colorazione azzurrina, il manto nero di Tifon aveva profondi bagliori blu notte. Il colorito abbronzato di Tarnell sembrava impallidito; gli occhi color muschio di Litia avevano assunto il colore del mare in tempesta; i capelli di Ghillean sembravano ancora più neri; quelli chiari di Kimen avevano luminosità metalliche. Il generale, che apriva la fila, fu costretto a trattenere il cavallo davanti a un intrico di radici che affondavano nel fiume. La foresta aveva praticamente inghiottito l’argine in una profusione di radici, felci e fiori blu dai petali vellutati.

“Non possiamo proseguire, dobbiamo cercare un’altra strada.”

Si guardarono, poi guardarono gli alberi. Proprio in quel punto si apriva tra i tronchi un sentiero tappezzato di foglie blu cadute in un soffice tappeto. Il pensiero, nelle loro menti, fu lo stesso. Perfino il razionale a oltranza, Kimen, si disse che la Foresta Blu li stava conducendo dove voleva. Ma non avevano scelta. Il sentiero era comodo e agevole. Dopo essersi inoltrato tra gli alberi per un centinaio di metri, faceva una curva a sud, procedendo più o meno parallelo al Cedillon. Ma il fiume poteva non esistere, per quanto ne sapevano loro. Il tappeto di foglie ovattava gli zoccoli delle cavalcature, creando un silenzio carico di fruscii e strani rumori. Nella luce blu che il sole proiettava tra i rami, sembrava loro di essere osservati da decine e decine di occhi i cui proprietari si muovevano sempre ai limiti del loro campo visivo. I loro tentativi di sorprendere quelle spie venivano regolarmente frustrati. Dove avevano creduto di scorgere un’ombra, restava solo il lieve ondeggiare delle fronde. Ma nella Foresta non c’era neanche il minimo alito di vento.

Tarnell studiava le reazioni di Tifon. Appena erano entrati nel folto degli alberi, lo stallone aveva drizzato le orecchie guardandosi intorno. Poi si era tranquillizzato e questo poteva voler dire due cose: o non c’era nessuno a spiarli, oppure quelle creature non costituivano un pericolo, almeno per i parametri equini. Eppure non era tranquillo. Estrasse il suo coltello e diede un’occhiata alla bussola incastonata sull’impugnatura.

“Ehi!” esclamò, facendo sussultare gli altri tre.

Tifon, trattenuto bruscamente per le redini, nitrì la sua protesta. Quel suono spinse ai margini del loro udito un altro suono: una risata soffocata. Ebbero l’impressione di averla udita, ma nessuno di loro poteva esserne certo.

“Cosa c’è?” chiese Kimen.

“La bussola è impazzita.”

L’ago oscillava avanti e indietro sulla rosa dei venti, alla ricerca disperata di un punto di riferimento.

“Non potrebbe essersi rotta?” ipotizzò Litia.

“No. E’ questo posto.”

Si guardarono intorno.

“Torniamo indietro” propose Ghillean.

“Non fate gli idioti! - li apostrofò Kimen. - Quella bussola è vecchia di secoli e comunque nessuno ci impedisce di orientarci con il sole.”

“E tu lo vedi?” chiese Litia.

“Per vederlo basterà arrampicarsi su un albero. Il sentiero è parallelo al fiume. E’ evidente che è stato aperto proprio per ovviare all’impraticabilità dell’argine.”

“Da chi?” chiese Ghillean.

“Che vuoi che ne sappia? Gente che ci vive, magari qualche banda di Kiderion, oppure un gruppo di cinghiali che lo usa per andare ad abbeverarsi.”

Era plausibile, certo molto più della sensazione inspiegabile che li aveva assaliti. Ripresero il cammino, tenendosi vicini quanto più possibile, i sensi tesi a percepire quel qualcosa che c’era, ma continuava a sfuggire.

La luce si era quasi del tutto spenta quando il sentiero li condusse in un ampio spiazzo circolare, di una circolarità così perfetta da risultare immediatamente innaturale. L’erba, nella luce del crepuscolo, era morbida e fitta e circondava una costruzione metallica, al centro dello spiazzo. Sebbene spezzata, la struttura era più alta del più alto degli alberi. Il metallo, immune dalla ruggine, scintillava debolmente. Intorno, tra l’erba, correvano grossi cavi.

postato da: lauraetlory alle ore 14:45 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: pubblicazione online, voce narrante, la lunga guerra, litia, kimen, ghillean, tarnell, llg30
mercoledì, 21 ottobre 2009

Sangue versato

26 strage

La potenza di questa immagine si commenta da sola. Bravo Niccolo'.

postato da: lauraetlory alle ore 07:56 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: la lunga guerra, niccolo pizzorno
domenica, 18 ottobre 2009

XXIX - LA LUNGA GUERRA

I suoi pensieri furono interrotti dall’improvviso accendersi di una sparatoria nel folto delle canne. Immediatamente furono tutti e quattro vicini, le armi spianate. La sparatoria fu breve e intensa, distinsero chiaramente urla di sofferenza. Poi tornò il silenzio e il brusio delle canne nel vento. Per quanto rimanessero in ascolto, non percepirono niente altro. Tarnell guardò Kimen, che sembrò capire al volo cosa stava pensando.

“Vado a dare un’occhiata” disse il kideriano.

“Si va tutti o nessuno - si oppose Litia. - Questi canneti sono l’ideale per un agguato.”

“Potrebbe non essere un bello spettacolo” fece notare il generale.

“Ho lo stomaco forte.”

Non dovettero percorrere molta strada per appurare che ciò che Tarnell aveva temuto si era avverato. Tra le canne argentee, spruzzate di sangue, giacevano i corpi di quattordici uomini. Dieci indossavano le eterogenee divise di pelle dei banditi di Kiderion, tre le divise di Neapyx, uno era completamente vestito di nero, tranne un fazzoletto scarlatto al collo. Era l’unico ucciso da armi da fuoco, gli altri portavano i segni raccapriccianti di lame affilate come rasoi. Tarnell si inginocchiò accanto al cadavere di Grif. Stringeva il fucile, il sangue non aveva ancora cessato di fluire dalla gola tagliata.

“Te l’avevo detto di stare in guardia, Grif. Le Camicie Scarlatte sono bravi con le armi” mormorò chiudendo l’unico occhio azzurro che non avrebbe più rivisto i suoi otto figli. Ghillean si era avvicinata all’uomo vestito di nero. Il corpo era letteralmente crivellato di colpi che, evidentemente, non erano bastati a fermarlo.

“Bel lavoro, non c’è che dire!” esclamò Kimen alle sue spalle.

Ghillean si voltò.

“Siete bravi a Oqrius ad addestrare questi demoni.”

“Quelli sono tuoi soldati - disse la donna indicando i cadaveri dei neapisiani. - E questi sono banditi di Kiderion. Perché ci seguivano?”

“Per lo stesso motivo per cui ci seguono le Camicie Scarlatte.”

“Tu e Tarnell state facendo il doppio gioco.”

“E tu e la principessa fate altrettanto. Solo che i golpisti erano dei pivelli di fronte a questi assassini prezzolati.”

Ghillean guardò Tarnell.

“Non sapevi che le Camicie Scarlatte ci seguivano?” le chiese l’uomo.

“No, come non sapevo tutto il resto”, si affrettò a rispondere Ghillean, ma ebbe la sensazione di mentire. Di sapere che quel morto vestito di nero non aveva agito da solo. Che ce n’erano altri e che non erano lontani.

“Siete due bastardi - li assalì Litia. - Avevate organizzato tutto per impadronirvi del mutato. Sono contenta che vi abbiano rotto le uova nel paniere.”

“Le uova di cui parli - le gridò contro Tarnell - erano uomini valorosi! Ci sono donne e bambini che li aspetteranno invano e tu non hai alcun diritto di godere della loro morte.”

“La loro morte non è colpa mia, ma di chi li ha voluti qui”, ribatté la principessa.

“Per favore - si intromise Ghillean - per favore. Non ha senso urlare. Questi morti non resusciteranno. Ma adesso vorrei capire.”

“Cosa c’è da capire? - disse Litia - Volevano fregarci.”

“No - ribatté Kimen. - Volevamo guardarci le spalle. La ricerca del mutato è stata organizzata da Oqrius e nessuno ci garantisce che non venga usato per vincere la guerra.”

“Voi siete nostri alleati” fece notare Ghillean.

“Siamo vostri sudditi, è diverso!”

“Le Camicie Scarlatte erano due - disse Tarnell. - Questo significa che ce n’è ancora uno in circolazione.”

“Staniamolo e facciamolo a pezzi” propose Kimen.

“In due hanno eliminato tredici uomini - disse Litia. - Cosa ti fa pensare di poter fare di meglio?”

“Quell’uomo non vuole ucciderci - spiegò Ghillean. - Almeno finché non avremo trovato il mutato. Le tracce dateci dallo Psichico hanno un valore solo se siamo noi a interpretarle.”

“Si - convenne Kimen - ma una volta trovato il mutato?”

“Ci porremo il problema quando si presenterà” concluse Tarnell, tornando presso i cavalli. Lo seguirono, lasciandosi alle spalle i cadaveri. Uccelli rapaci già roteavano nell’aria, pronti a contendersi la preda.

Quando furono in sella, Litia chiese: “Nessuno di voi ha mai pensato al fatto che il mutato potrebbe non volerci aiutare?”

 

Per la notte si accamparono presso l’argine del Cedillon. Kimen aveva provveduto a pescare un paio di grosse trote. I germogli di canna, ancora una volta, avevano costituito il loro dessert. Ma neanche la loro dolcezza era riuscita a riportare un minimo di buon umore intorno al fuoco. Soprattutto Tarnell non riusciva a non sentirsi responsabile per la morte di Grif e degli altri. Mangiò in silenzio, poi andò a sistemare il suo giaciglio fuori dal cerchio di luce del bivacco. Ghillean vide splendere il suo coltello quando lo estrasse per intagliare una canna. Kimen stava accendendo un sigaro con un tizzone.

“Perché non vai a offrirgliene uno - gli disse Litia - e lo fai parlare un po’? In certi casi fa bene.”

Il generale aspirò una tirata e fece cenno di no.

“Primo - spiegò - perché quando uno vuole restare solo, è inutile andare a rompergli le scatole. Secondo, perché mi rimangono solo tre sigari.”

Ghillean nascose un sorriso. Kimen era di una sincerità che sfiorava la più totale mancanza di educazione. Litia gli rivolse uno sguardo sprezzante.

“Sei proprio un neapisiano. Cos’è un sigaro di fronte a un amico?”

“Lo conosco da troppo poco tempo per considerarlo un amico.”

“Lui non ci ha pensato quando ti ha salvato la vita.”

“E quando sarebbe successo?”

“Quando i golpisti ci hanno attaccati. Se non fosse stato per lui, saremmo ancora lì a far terra per la foresta. E scommetto che neanche i vermi avrebbero trovato di proprio gusto la tua carogna.”

“Peggio per loro.”

“Tarnell sta soffrendo per la morte dei suoi uomini. A te non interessa un fico dei tuoi soldati.”

“Se avessi dovuto soffrire per ogni soldato morto, a quest’ora mi sarei suicidato.”

“L’umanità ha perso un’occasione.”
postato da: lauraetlory alle ore 11:35 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: la lunga guerra, litia, kimen, ghillean, tarnell, camicie scarlatte, llg29, publicazione online
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