
Capitolo trentunesimo
Il lavoro del parrucchiere non era stato più semplice di quello svolto dai volontari dell’ambulatorio medico. Ma il risultato aveva strappato un sospiro di soddisfazione alla stessa Cassie, davanti alla zazzeretta lucida e ordinata che la rendeva più giovane e decisamente più carina. Pamela aveva voluto truccarle gli incredibili occhi gialli e passarle un velo di rossetto sulle labbra: se non sorrideva, mostrando la finestra buia dell’incisivo perduto, Cassie poteva passare per una signora di mezz’età, obesa ma non spiacevole.
Fu così, avvolta negli abiti nuovi e in una nuvola di profumo, che Pam la fece salire in macchina, diretta all’appuntamento con Marco. Era stato il ragazzo a suggerire un locale appartato, in via Margutta. Una sala da thè in stile belle epoque, con divanetti, specchiere, piante e un lucernario da giardino d’inverno.
Pamela parcheggiò poco lontano e Cassie, imponente e spaurita, si attaccò al suo braccio, continuando a guardarsi intorno nel tripudio di agrifoglio verde, bacche rosse e luci intermittenti che adornavano le vie del centro.
“Ci siamo”, annunciò Pam quando arrivarono davanti all’entrata della Caffettiera.
La donna si bloccò.
“Cosa c’è?”
Cassie cominciò a scuotere la testa, facendo dondolare gli orecchini che le aveva fatto indossare.
“Cassie ha paura”, mormorò.
“Non devi. Marcus è lì dentro che aspetta. Ha sognato questo momento quanto te e non vede l’ora di abbracciarti”.
“No… lui non conosce Cassie, lui non sa che Cassie è grassa, è brutta, è sporca…”
“Guardati”, la esortò voltandola verso una vetrina. “Non sei brutta e non sei sporca. Sei la sua mamma, quella che lui non ha potuto conoscere”.
Gli occhi chiarissimi della donna indugiarono sull’immagine riflessa, ma Pamela dubitò che la vedessero. Lo sguardo di Cassie si era fatto remoto, eppure più lucido, consapevole. Anche la voce, quando parlò, fu meno cantilenante.
“Aveva sedici mesi quando Richard me l’ha portato via. Camminava spedito e parlava… Non aveva ancora compiuto un anno quando mi chiamò mamma”.
Una lacrima, limpida e solitaria, le percorse la guancia stillando dalle ciglia truccate.
“Non può ricordarsi di me, ma Cassie è stata la prima che ha chiamato mamma”.
“Lo so, Cassie. Andiamo”.
Le prese la mano grassoccia e ruvida di calli e la guidò all’interno del locale. A quell’ora, primo pomeriggio, c’era pochissima gente e Marco, seduto in fondo alla sala, si alzò in piedi non appena le vide entrare. Non mosse un passo, attese immobile che Pamela conducesse Cassie fino a lui. I loro occhi, uguali nel colore e nel taglio, si incontrarono e rimasero agganciati per lunghi istanti.
“Mamma”, sussurrò con un filo di voce.
“Parlale in inglese”, suggerì Pamela.
“Mamma, io… io mi ricordo. Ho sognato il tuo viso, quando ero piccolo. L’ho sognato per tanto tempo. La signora con gli occhi d’oro, così ti chiamavo, la signora con gli occhi d’oro”.
Gli si ruppe la voce e Cassie lo abbracciò e sedé sul divanetto, stringendolo contro l’ampio petto e accennando un movimento, come volesse cullarlo. Marco cominciò a singhiozzare e lei lo lasciò fare, passando leggere carezze sui capelli lisci e biondi.
“Non piangere, bambino mio. E’ tutto a posto”, disse chinandosi a baciargli la fronte. “Adesso è tutto a posto”.
Pamela rimase solo un istante a guardarli, sentendo un nodo alla gola. Poi si allontanò, voltando loro le spalle. Cassie e il suo Marcus avevano il diritto di restare soli, per cominciare a recuperare quasi vent’anni di tempo perduto.
“Avresti dovuto vederli”.
Patrick era stato dimesso quella mattina dall’ospedale. Dietro l’orecchio sinistro, dove gli avevano rasato i capelli, spiccava ancora il cerotto bianco della medicazione. La giornata era stata convulsa e solo in quel momento, mentre l’ultimo, impressionante plenilunio del secondo millennio inondava di luce argentea la stanza da letto, avevano trovato il tempo per parlare di Cassie e di suo figlio.
“Avresti dovuto vederli”, ripeté Pam, faticando a trovare la voce. La commozione di quell’incontro non era stata stemperata da più di ventiquattr’ore trascorse. “All’improvviso lei è tornata lucida, aveva una luce negli occhi, come se insieme a quel figlio anche la sua anima fosse tornata in lei, cancellando tutti gli anni di abbrutimento, di squallore, di sofferenza”.
Gli si appoggiò contro il petto e Patrick la strinse. Sotto le lenzuola erano nudi e lei intrecciò le gambe alle sue.
“Mi sarebbe piaciuto essere presente”, sussurrò il ragazzo contro i suoi capelli. “Avevi ragione tu, hai fatto una grande cosa”.
Pamela alzò il viso a guardarlo.
“Lo pensi davvero?”
“Tu hai idea della felicità che hai dato a quella donna? Della vita che le hai restituito? Qualunque fosse il debito che pensavi di avere con il destino, adesso è lui ad esserti debitore”.
Lei scosse la testa e sorrise.
“Qualunque cosa io faccia, non potrò mai ripagare la felicità di essere qui, in questo momento”.
Si protese a baciarlo e indugiò a lungo su quelle labbra mentre sentiva l’eccitazione crescere in entrambi. Patrick le scivolò di sotto e buttò all’aria le coperte per permettere alla luce della luna piena di accarezzare il corpo di Pamela, attraverso lo schermo sottile della zanzariera.
“Mi sei mancata”, disse percorrendole di baci la schiena, “non sai quanto”.
“Io a voi americani non vi ho mai capito”, esclamò Fabrizio passando a Buddy una manciata di decorazioni natalizie.
“Perché?”, chiese Pamela in piedi sulla scala, dall’altro lato dell’albero che stavano addobbando.
“Non ha senso tutto questo lavoro se devi godertelo per pochi giorni. Noi l’albero lo facciamo l’otto dicembre”.
“Ismail”, chiamò Luke, “passami quei capelli d’angelo”.
“E fa’ stare zitto quel paparazzo”, aggiunse Patrick, addetto a disporre sui rami mediani sfere dai colori cangianti. “Cosa vuole saperne lui di tradizioni natalizie?”
“Certamente più di me”, rispose Ismail, alle prese con una cascata di capelli d’angelo. “Io sono musulmano”.
“Tu, prima di tutto, sei incapace”, lo apostrofò Buddy. “Così si aggrovigliano”.
“Sono stato io a dirgli di prenderli”, lo difese Luke.
“Ma non lo sai che i capelli d’angelo si mettono all’ultimo? Devono scendere dal vertice dell’albero e poi vanno tagliati”.
“Buddy, quando hai finito la lezione”, si intromise Pamela, “mi passi qualcosa che io possa appendere ai rami alti”.
“Ci penso io”, si affrettò a dire Fabrizio, precipitandosi verso la scala.
Patrick lo bloccò prima che potesse posizionarsi in modo da godere della visuale offerta dalla minigonna di Pam.
“Tu pensa ad aiutare Ismail”, ordinò.
“Veramente, se posso scegliere…”
“Non puoi”.
In quel momento giunse dal piano inferiore il suono insistente del campanello.
“Qualcuno scende ad aprire?”, invitò dalla cucina la signora Calbucci.
“Vado io”, disse Luke, felice di sottrarsi alla ressa intorno all’albero di Natale.
“Arriviamo in tempo?”, chiese Andrea. In una mano un cesto pieno di pacchetti, con l’altra teneva in braccio il suo bambino, Giulio, che a sua volta brandiva un grosso puntale dorato.
“Tranquilli, l’albero è ancora in fase di elaborazione”.
In quel momento dal piano superiore giunse un suono di vetro infranto e un urlaccio di Buddy.
“Cazzo, Fabri, guarda che hai fatto”.
“Io? Sei tu che l’hai lasciata cadere”.
Luke chiuse la porta e si strinse nelle spalle con un sorriso di scusa mentre Andrea posava in terra il figlio e il cesto.
“Ciao Giulio, io sono Luke”.
“Ciao, dove ce l’hai il cane?”, chiese il bambino, continuando a brandire il puntale.
“Gli ho parlato di Bibì”, spiegò Andrea. “Lui adora gli animali e vorrebbe un cucciolo, ma la nostra casa è troppo piccola e io non ci sono mai”.
Luke si accoccolò davanti a Giulio che aveva capelli scuri e grandi occhi castani.
“Bibì per il momento è chiuso nel ripostiglio”.
“Perché?”
“Perché non riuscivamo a impedirgli di giocare con gli addobbi dell’albero”.
“Perché?”
“Credo che lui lo trovi un gioco molto divertente”.
“Perché?”
Luke alzò lo sguardo su Andrea che intanto si era liberato del cappotto.
“Non farci caso. Giulio è in grado di chiedere perché un numero infinito di volte”.
Si chinò a sua volta a togliere il piumino al piccolo. Operazione piuttosto complessa, visto che non voleva staccare le mani dal puntale.
“Vuoi darlo a me?”, propose Luke.
“No. Voglio metterlo sull’albero”.
“Ce lo metterai quando sarà finito”, rispose il padre, prendendolo di nuovo in braccio per salire al piano superiore.
“Perché?”
“Perché il puntale si mette sulla punta, quando tutto il resto del lavoro è fatto”.
“Perché?”
“Quando ti vesti cominci forse dal cappello?”
“No”.
“Appunto. Il puntale è il cappello dell’albero di Natale”.
“Perché?”
Luke soffocò una risata, prese il cesto dei regali portati da Andrea e fece strada.
Il fatto che riuscissero a portare a termine senza altri danni l’operazione Albero di Natale ebbe del miracoloso. Il puntale dorato, che Giulio non aveva mai mollato, era stato posizionato un attimo prima che la signora Calbucci li chiamasse per l’aperitivo. Patrick aveva inserito nell’impianto hi-fi cd di canzoni natalizie che fece da sottofondo all’antipasto di ostriche e tartine al caviale e al salmone.
“A chi tocca cambiare i piatti?”, chiese Buddy che aveva ignorato le tartine. Non amava salmone e caviale e nei giorni precedenti aveva tentato con tutte le sue forze di impedire che fossero inseriti nel menù.
“A me”, rispose Ismail, alzandosi.
Era stata decisione unanime mettere la signora Calbucci a capotavola e dispensarla da qualsiasi incombenza, dopo che aveva trascorso i due giorni precedenti
“Non ho ancora capito”, disse Fabrizio porgendo il piatto pieno di gusci di ostrica, “cosa ci propinerete di biologico, non transgenico e solidale tu e la tua amica noglobal”.
“Di sicuro non uova di storione allevato a farine animali in vasche dalla scarsissima igiene”, rispose Buddy.
“Sarà”, intervenne Luke infilandosi in bocca una cucchiaiata di caviale nero prima che la terrina d’argento venisse tolta dalla tavola, “ma a me sembra squisito”.
In quel momento squillò il telefono.
“Vado io”, si affrettò a dire Buddy.
“Aspetti una telefonata?”, domandò Patrick.
“Ho un sacco di amici che vogliono farmi gli auguri, che credi?”
Uscì dalla cucina per andare a rispondere in salotto.
“Ma non ha passato il pomeriggio a mandare sms di auguri e a stressarci la vita con i bip bip delle conferme di ricevimento?”
Nessuno rispose mentre Andrea dava un’occhiata al suo cellulare per controllare che avesse campo. Giulio, che gli sedeva accanto dividendo fraternamente la sedia con Bibì, si accorse di quella manovra.
“Devi andare via?”, chiese, immediatamente rabbuiato.
“Solo se succede qualcosa di brutto. Lo sai che lavoro fa papà”.
“Io non voglio che vai via”, gridò.
“E io non voglio che gridi”.
Ismail, in piedi accanto alla pattumiera, intervenne: “Chi viene a darmi una mano a buttare tutti questi gusci d’ostrica senza buttare anche i piatti?”
“Io”, gridò Giulio precipitandosi giù dalla sedia imitato da Bibì.
Buddy rientrò in cucina.
“Pamela, è per te”, disse con aria delusa. “Tua madre da Milwaukee”.
Luke aspettò che gli sedesse accanto.
“Tutto bene?”, le chiese a bassa voce.
Lei si strinse nelle spalle.
“Si… è che speravo fosse il nonno”.
“O tuo padre?”
Buddy lo guardò con un sorriso amaro.
“Mi sa che io e te dobbiamo rassegnarci a essere uno la famiglia dell’altra”.
“Io non chiedo di meglio”.
“Che diavolo è sta’ roba?”, chiese con aria scandalizzata Patrick sovrastando la melodia di Silent night.
Ismail aveva messo nei piatti un miscuglio di pesce, verdure e semola morbida e granulosa dal profumo pungente e speziato.
“Cous cous in versione marittima per onorare la vigilia”, rispose il ragazzo. “E, per informazione di Fabrizio, aggiungerò che sia la semola che le spezie sono garantite biologiche e non transgeniche”.
Il fotografo infilò la forchetta nel piatto.
“Io avrei preferito un bel piatto di linguine allo scoglio”, brontolò.
“E il rispetto per le minoranze etniche?”, lo stuzzicò Buddy.
“Ringrazia Dio che ci sono delle orecchie innocenti, altrimenti ti direi dove infilarlo”.
“Papà, che vuol dire orecchie innocenti?”, domandò Giulio.
“Vuol dire che devi mangiare, stare buono e non imboccare Bibì, altrimenti Babbo Natale si dimenticherà di passare da queste parti”.
“Perché?”
Andrea lanciò in giro uno sguardo implorante soccorso.
“Perché”, rispose la signora Calbucci, “lui riesce a trovare solo i bambini buoni”.
“Perché?”
“Perché profumano, mentre quelli cattivi e disobbedienti puzzano. E Babbo Natale ha un naso molto sensibile”.
Giulio era rimasto colpito. Alzò il braccio e si passò la manica sotto il naso, annusando con vigore.
“Io non puzzo”, dichiarò.
“Ma se non mangi, non profumerai neanche”, disse Andrea, dribblando il muso interessato di Bibì e imboccando suo figlio.
Pamela era tornata e stavano ancora facendo onore al cous cous, quando il telefono squillò di nuovo. Patrick si voltò a guardare sua nipote.
“Ok, Buddy, va’ pure ma dì ai tuoi amici che non esagerino con tutte queste telefonate”.
La ragazza alzò il dito medio.
“Papà, perché ha fatto così?”, chiese Giulio cercando di imitarla.
Andrea gli bloccò la mano.
“Voleva dire che tra un minuto torna”.
Ci mise un po’ più di un minuto e quando rientrò in cucina, ostentò un gran sorriso.
“Patrick, è per te”, dichiarò.
Il ragazzo la guardò dubbioso, poi scambiò un’occhiata con Luke.
“Chi è?”, chiese.
“Tuo padre”.
“Digli che sono uscito a fare una passeggiata”.
La mano di Pamela che strinse la sua lo fermò.
“Non ci perdi niente a dirgli Buon Natale”, disse.
“Io non voglio dirgli Buon Natale”.
“Perché?”, domandò Giulio. “Non vuoi bene al tuo papà?”
Patrick preferì alzarsi e affrontare Nathan.
La cornetta era posata sul basso tavolo che rifletteva le luci dell’albero di Natale. Patrick si lasciò cadere sul divano e la afferrò.
“Pronto”, disse.
“Ciao, figliolo. Mi dispiace interrompere la tua cena”.
“Potevi evitare di farlo”.
Un sospiro giunse da Dallas. Se chiudeva gli occhi Patrick poteva vedere suo padre, il suo studio, la grande finestra sul viale alberato di cedri del Libano.
“Volevo augurarti Buon Natale e sapere se va tutto bene”.
“Si, va tutto bene”.
“Dafne mi ha detto che hai una ragazza, quella poliziotta amica di Luke”.
“Si, stiamo insieme”.
“E’ una cosa seria?”
A Patrick venne da ridere.
“Da quando in qua ti interessa la mia vita sentimentale?”
“Tutto di te mi interessa, figliolo. Credo sia proprio questo che mi rimproveri, no?”
“No, ma adesso non ha importanza. Comunque si, è una cosa seria come tutto quello che sto facendo qui a Roma. Forse era questo il mio posto fin dall’inizio, ho sempre pensato di essere più figlio di mia madre che tuo”.
“Un figlio è di entrambi i genitori, lo capirai quando ne avrai uno. Avrei preferito che riuscissi a fare sul serio qui a Dallas e non ti nascondo che parlo per puro egoismo. Ma sono fiero di te”.
Patrick tacque, i suoi occhi seguivano la danza delle luci sull’albero. Avrebbe voluto puntualizzare, ricordare tutte le volte che Nathan gli aveva opposto l’esempio fulgido del primogenito, tutte le volte che gli aveva dato del fallito. Avrebbe voluto sputargli contro la rabbia che sentiva per gli ostacoli che gli aveva opposto, per tutte le volte che aveva deciso senza tenere in conto il suo parere. Ma in quel momento capì fino a che punto stesse facendo sul serio, fino a che punto si stesse lasciando alle spalle quell’eterna e aggressiva adolescenza nella quale si era crogiolato.
“Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon Natale papà”.
“Buon Natale figliolo, a te e a tutti quelli che ti vogliono bene”.
“Uffa”, sbuffò Buddy, cui toccava servire i tranci di pesce spada in crosta di patate e crema di prezzemolo. Il telefono stava squillando di nuovo.
“Questi saranno i genitori di Luke”, ipotizzò Andrea.
“Ne dubito”, rispose l’interessato. “Comunque vado io”.
“Non vi conveniva mettere una derivazione telefonica in cucina?”, chiese Fabrizio.
“Per farci rompere le scatole anche a tavola?”, obiettò Pamela.
“Tanto ve le rompono lo stesso”.
“Non credo che gli auguri di Buon Natale possano essere una rottura di scatole”, intervenne la signora Calbucci.
“Non si dice rottura di scatole”, la riprese Giulio.
“Hai ragione, piccolo”.
Luke piombò in cucina con un’espressione che non prometteva niente di buono.
“Ragazzi, abbiamo un problema”, dichiarò.
“Di qualunque cosa si tratti, si rimanda a dopo le feste”, disse Buddy.
“Non è così facile, era Santandrea”.
Pamela lasciò cadere le posate nel piatto.
“Non può volerci al lavoro. E’ la notte di Natale”.
“Che è successo?”, chiese Patrick.
“Hai presente quel trasferimento di gioielli che abbiamo fatto ieri?”
Il giorno prima i due ragazzi erano usciti di buon’ora per andare alla W.B.I. ed erano rimasti fuori fino al primo pomeriggio. Prese com’erano nei preparativi, né Buddy né Pamela avevano chiesto loro spiegazioni.
“Certo”.
“Dall’inventario mancano due pezzi”.
“Non è possibile, abbiamo controllato prima di partire e ricontrollato all’arrivo. C’era tutto. Il gioielliere ha anche firmato la ricevuta”.
“E’ quello che ho detto a Santandrea, ma Salimbeni ha ricontrollato stasera e gli mancano due pezzi. Due anelli”.
“E vengono a rompere i coglioni a quest’ora per due anelli?”, sbottò Buddy.
“Papà, cosa sono i coglioni?”, chiese prontamente Giulio.
Nessuno fece caso a lui.
“Non sono due anelli qualsiasi, nipote”, spiegò Patrick alzandosi. “Sono i due pezzi più preziosi della collezione”.
“Dove stai andando?”, chiese Pamela.
“Non lo so, a controllare”.
“Come li avete trasportati?”, domandò Andrea.
“Non dovevamo dare nell’occhio”, rispose Luke, “siamo andati a prendere in consegna le valigette all’aeroporto, abbiamo controllato che tutto fosse a posto in dogana, poi siamo tornati a Roma con le nostre auto”.
“Tutte e due?”, chiese Fabrizio.
“Si”, rispose Patrick, “per motivi di sicurezza. L’arrivo della collezione di Salimbeni era stato tenuto nascosto, ma la prudenza non è mai troppa”.
“Dove è avvenuta la consegna?”
Andrea aveva preso il piglio dell’ispettore di polizia. Buddy smise di preparare i piatti e si mise a sedere.
“Siamo andati alla sede della W.B.I.”, disse Luke. “Il contenuto è stato controllato di nuovo, tutti i pezzi sono stati fotografati, catalogati e Salimbeni ha sottoscritto la polizza di assicurazione. Poi lui è salito sulla Frontera di Patrick, io ho ripreso la mia auto e insieme siamo andati al suo negozio di piazza della Quercia”.
“E avete controllato di nuovo il contenuto delle valigette?”, chiese Andrea.
“No”, ammise Patrick. “A quel punto non era più necessario”.
“Bravi fessi”, esclamò Buddy. “E se questo Salimbeni ha fatto sparire i due anelli per intascare l’assicurazione?”
“Perché avrebbe dovuto?”, si intromise Ismail. “I gioielli sono i suoi”.
“Non sarebbe la prima volta che succede”, disse Fabrizio. “Magari le pietre montate sugli anelli erano fasulle”.
“Impossibile”, lo interruppe Patrick. “Sono state controllate durante il lavoro di catalogazione dei pezzi, però…”
Rimasero tutti in attesa.
“Però?”, lo incoraggiò Pamela.
“Mentre eravamo in auto ho avuto l’impressione che Salimbeni aprisse una delle valigette. Era seduto dietro e non potevo vederlo, ma l’ho sentito trafficare”.
“Che ti dicevo”, esclamò Buddy.
“No”, intervenne Luke, “Salimbeni ha un patrimonio di tutto rispetto e non saranno certo le polizze su due anelli, anche se molto preziosi, a renderlo più ricco. Deve esserci un’altra spiegazione, magari banale”.
“Non potrebbero essergli caduti in macchina?”, ipotizzò la signora Calbucci.
Tutti si volsero a guardarla.
“Se ha aperto la valigetta mentre era in auto”, spiegò, “magari una curva, una sbandata”.
“E’ vero”, esclamò Patrick. “Un pazzo mi ha tagliato la strada passando con il rosso e mi ha costretto a inchiodare.”
“Allora non resta che andare a controllare nella Frontera”, disse Luke.
Pamela si stava già dirigendo alle scale, Buddy era rimasta seduta.
“Non vieni?”, le chiese Patrick.
“In quanti vuoi che ci infiliamo nella Frontera? In nove? Andate voi, tanto ormai la serata è rovinata”.
“Nipote, per frugare sotto i sedili dell’auto ci servono mani piccole e delicate, mani da femminuccia. Alza le chiappe. Prima ci togliamo in pensiero, prima possiamo tornare a tavola”.
Lo seguì malvolentieri, insieme agli altri. La signora Calbucci era rimasta a tenere a bada Giulio e Bibì, più interessati a giocare tra loro che a cercare anelli scomparsi.
Le luci al neon del garage vacillarono per qualche istante prima di accendersi. Il freddo era intenso e il fiato si condensava.
“Ci manca solo una congestione”, protestò Buddy. “Così la notte di Natale la passiamo al Pronto Soccorso”.
“Passami la torcia”, disse Pamela a Patrick, prima di infilarsi tra i sedili posteriori della Frontera.
“Vedi niente?”, chiese Luke.
“Niente, a parte il fatto che quest’auto ha bisogno di una bella pulizia interna”.
“Dammi qua”, intervenne Buddy, salendo anche lei sul fuoristrada e sfilandole la torcia di mano, “altrimenti ci facciamo l’alba”.
La sentirono brontolare mentre infilava praticamente la testa nello spazio sotto il sedile di guida.
“Ma tu guarda dove sono andati a infilarsi”, esclamò dopo qualche istante.
“Li hai trovati?”, chiese Pamela.
“Certo che li ho trovati. Non sono mica cieca, io”.
Uscì indietreggiando dall’auto e mostrò, tra le mani impolverate, due sacchetti di velluto blu.
“Ecco. Adesso possiamo dire a Santandrea, a Salimbeni e a chiunque altro sia interessato che possono stare tranquilli e tornarcene alla nostra vigilia di Natale?”, disse spolverando i morbidi pantaloni.
“Non sei curiosa di vedere i pezzi più preziosi della collezione?”, chiese Patrick.
“Lei magari no”, rispose Pamela, “ma io sono molto curiosa. Visto il freddo che fa qua sotto, però è il caso di risalire”.
Tornarono nel tepore aromatico della cucina. La signora Calbucci aveva finito di servire il pesce spada.
“Li avete trovati?”, chiese, scambiando un’occhiata di intesa con Patrick e Luke..
“Io li ho trovati”, corresse Buddy. “E adesso, se permettete, vorrei assaggiare questo pesce spada”.
Non le prestarono attenzione. Pamela aveva slegato i sacchetti e si era fatta rotolare tra le mani delle scatoline avvolte in una specie di pergamena. Svolse la prima: era una specie di certificato di garanzia, vergato a mano.
“Anello in oro con smeraldo ottagonale colombiano di 4 carati circondato da diamanti di taglio marquise e baguette”, lesse. “Questo anello appartiene a… Dafne Wilber Baker?”
Buddy alzò di scatto la testa.
“Cosa?”
Andrea, Ismail e Fabrizio scoppiarono a ridere mentre lei si alzava e strappava la scatola dalle mani di Pamela.
“Che scherzo è questo?”, chiese a Luke.
“Scherzo? Non so di cosa parli”.
Pamela intanto aveva svolto la seconda pergamena.
“Anello in oro con diamante Natural Fancy Light Pink di taglio marquise di carati 2,83 affiancato da due rubini di taglio a goccia. Questo anello appartiene a… Pamela Dorrance”.
Aprì la scatola sotto lo sguardo divertito di Patrick e lo sfavillio del primo diamante rosa che le capitasse di vedere la lasciò senza fiato. Buddy era più o meno nelle stesse condizioni davanti a uno smeraldo dai riflessi cupi come i suoi occhi.
Lo stupore generale fu spezzato dall’improvviso pianto di Giulio.
“Io non puzzo”, protestò. “Perché Babbo Natale ha portato i regali solo a loro?”
Al secondo piano della palazzina di via Affo 5 una tradizione più che decennale era stata interrotta. Al momento di uscire tutti per andare alla messa di mezzanotte, Marco si era rifiutato di seguire i suoi genitori e padre O’Reilly. Il sacerdote sapeva quale fosse il motivo e aveva cercato, inutilmente, di trattenerlo.
“Ho rispettato coloro che mi hanno cresciuto e continuerò a farlo. Ma non posso più rispettare te né il tuo Dio che ti ha permesso di continuare a predicare il bene dopo quello che hai fatto a mia madre”.
Quelle parole continuavano a risuonargli nella mente mentre in moto, incurante del freddo pungente e del traffico che percorreva Roma durante la notte di Natale, sfrecciava verso Villa Ada. Cassie abitava ancora là e lui le aveva promesso di raggiungerla, di portarle un regalo, il primo regalo alla sua vera madre, a colei che lo aveva messo al mondo e che era rimasta presente nella sua vita solo come un ricordo sempre più lontano e sbiadito. La signora dagli occhi d’oro che lui sognava da bambino e che la donna che lo aveva cresciuto aveva cercato di fargli dimenticare. Perché lei sapeva chi era quella signora… Come avevano potuto cancellare così l’immagine di sua madre. Perché non gli era tornata nella mente ogni volta che si era guardato allo specchio e aveva visto, sulla propria faccia, quegli stessi occhi d’oro? Mentre le lacrime si seccavano, gelide, ai lati del viso, Marco continuava a correre verso il Natale più importante della sua vita.
Il figlio di Andrea era stato consolato. Avevano finito di far onore alla cena e si erano trasferiti in salotto, sotto il grande albero di Natale, appena in tempo perché la signora Calbucci potesse scartare il regalo prima di recarsi alla messa di mezzanotte. La loro governante non aveva saputo trattenere le lacrime davanti ad un cappotto di cachemire. Li aveva abbracciati tutti, anche Ismail, Fabrizio e Andrea, poi aveva indossato il suo regalo ed era uscita lasciandoli al punch, ai dolci natalizi, alla frutta secca, allo scambio di regali e alle immancabili partite a carte.
Buddy, Patrick, Andrea e Fabrizio avevano avviato un tavolo di poker. Giulio dormiva placido al piano di sopra, circondato dai giocattoli che aveva ricevuto. Bibì si era accoccolato in grembo a Ismail, mentre Luke e Pamela facevano zapping tra vecchi film in bianco e nero, musical e cartoni animati. La ragazza gli passò il telecomando e il diamante rosa le scintillò all’anulare. Luke sorrise seguendo il suo sguardo.
“Tu e Patrick dovete essere impazziti. Non eravamo in ristrettezze economiche?”, lo rimproverò Pam.
“Ci sono cose più importanti dei soldi, nessuno meglio di noi quattro lo sa”.
“Nessuno meglio di voi tre. Siete voi gli ereditieri che hanno deciso di affrontare la vita con le proprie forze. Io non ho rinunciato a niente”.
“Tu hai avuto più coraggio di tutti noi, e lo sai. Sei felice?”
Pamela lasciò che il suo sguardo indugiasse su Patrick, preso dalla partita. Teneva la sigaretta all’angolo della bocca e il codino si era ormai allentato, lasciando sfuggire delle ciocche.
“Che ho fatto per meritarmelo?”, chiese riportando l’attenzione su Luke.
“Cosa ha fatto lui per meritare te”, la corresse.
Pam sorrise.
“E tu? Sei felice?”
Buddy aveva appena rilanciato, l’espressione imperturbabile. Ma Luke vide che aveva incrociato i piedi e non riusciva a tenerli fermi. Stava bluffando, ne era sicuro.
“Più di quanto sia consentito. L’idea di non avere più niente da chiedere alla vita mi spaventa. E’ successo tutto così in fretta.”
In quel momento il telefonino di Fabrizio suonò Mission impossible, facendoli sussultare. Il ragazzo mollò le carte.
“Adesso?”, lo sentirono dire. “Dove? Ho capito… Si, si, ho capito. Tanto sono a due passi”.
Richiuse lo sportellino.
“Una rapina a mano armata”, spiegò mentre si alzava. “Pare ci sia un ferito grave, una donna. Al giornale vogliono che me ne occupi”.
In lontananza sentirono delle sirene.
“Dove è successo?”, chiese Andrea.
“All’entrata di Villa Ada. Prendo le macchine e ci arrivo a piedi”.
“Ti accompagno”, dichiarò l’ispettore. “Voglio vedere di che si tratta”.
“Andiamo anche noi”, propose Pamela alzandosi dal divano.
“Non è mica uno spettacolo divertente”.
“Non l’ho mai pensato, Andrea. Ma ho un brutto presentimento”.
Patrick capì a cosa si riferiva.
“L’entrata di Villa Ada è solo un punto di riferimento”, disse. “Magari si tratta di una donna rimasta in panne sulla Salaria”.
“Marco aveva promesso a Cassie di portarle un regalo stanotte. Me lo ha detto lui, avevano appuntamento all’entrata di Villa Ada”.
“Ismail”, disse Luke, “te la senti di restare per dare un’occhiata a Giulio? La signora Calbucci dovrebbe essere qui a momenti”.
“Andate tranquilli. Io e Bibì faremo buona guardia”.
Dopo il calore del camino, l’aria pungente diede loro una scossa, scacciando gli ultimi brandelli di sonno. Fabrizio era corso avanti, la borsa delle macchine fotografiche a tracolla, la digitale con il flash già pronta al collo. Le luci intermittenti azzurre percuotevano le mura di cinta di Villa Ada, ma non avevano niente di natalizio mentre il traffico sulla Salaria si faceva più intenso a causa del blocco creato da una volante della Polizia. Si sentiva in lontananza un’altra sirena. Patrick aveva cercato di trattenere Pamela, ma lei si era accodata a Fabrizio e Andrea e fu insieme a loro che superò lo sbarramento della Polizia.
Riconobbe la testa bionda di Marco, prima ancora che la donna che era a terra in un lago di sangue.
“Cassie”.
Il ragazzo, che teneva la mano di sua madre, si voltò, gli occhi pieni di lacrime.
“Volevano rubarmi la moto”, mormorò indicando
Pamela si chinò sulla donna. Aveva visto troppe ferite mortali per non riconoscerne una adesso. Le avevano sparato, a distanza ravvicinata, all’altezza del fegato. L’emorragia era inarrestabile.
“Cassie…”.
Gli occhi della donna, luminosi e quasi privi di colore alla luce dei lampeggianti, si volsero a lei. Un abbozzo di sorriso le si formò sulle labbra, scoprendo l’incisivo mancante.
“Marcus mi ha… portato un… regalo”, mormorò. “Una bambola… a Cassie piacciono… le bambole…”.
“Mamma, non parlare. Devi tenere duro. I dottori saranno qui a momenti, ti cureranno”.
Pamela si accorse a malapena del flash di Fabrizio che colpiva la scena. La sua attenzione venne attratta da un trambusto dall’altro lato della strada. La sirena in avvicinamento era sempre più forte.
“Che ci fai tu qui?”
C’era odio nella voce di Marco. Padre O’Reilly era riuscito a superare lo sbarramento della Polizia. Non rispose a suo figlio, si chinò su Cassie e Pamela si fece da parte per lasciargli spazio. Erano quasi vent’anni che non si vedevano, ma gli occhi della donna si accesero di una luce consapevole, di uno sguardo pieno allo stesso tempo di amore, di odio, di paura.
“Richard…”.
“Si, Cassie, sono io”.
Le prese la mano, incurante dello sguardo ostile di Marco, e lei gliela strinse.
“Hai… visto il nostro… Marcus… E’ cresciuto sano e… forte… e bello…”.
“Bello come eri tu. Ma adesso non parlare”.
“Richard… io ho capito… ho perdonato… tu non volevi fare male a Cassie…”.
Padre O’Reilly aveva cominciato a mormorare a fior di labbra e a occhi chiusi le formule per l’Estrema Unzione. Il flash di Fabrizio continuava a scattare. Marco serrò una mano sul braccio del padre.
“Non ha bisogno delle tue preghiere”, gli sibilò contro. “Ha bisogno del tuo amore. Menti, se devi”.
Il sacerdote sostenne lo sguardo del ragazzo, poi si chinò a sollevarle la testa.
“Non merito il tuo perdono, Cassie, e merito l’odio di nostro figlio. Sono stato un vigliacco. Avremmo potuto essere una famiglia”.
L’ambulanza arrivò in quel momento. Gli infermieri ne scesero con un gran sbattere di sportelli. Pamela conosceva quei suoni. Ma in quel momento non vedeva altro che Cassie. Era incredibile, vista la quantità di sangue che scorreva via dal suo corpo, che fosse ancora cosciente. La vide prendere le mani di Marco e di Richard e unirle con uno sforzo al di sopra del proprio ventre.
“Adesso è tutto… a… posto”, riuscì a mormorare, prima di lasciar ricadere le braccia.
Non sei un angelo di seconda classe, le aveva detto il dottor Ballesio. E lei non riusciva a rassegnarsi all’idea che a Cassie Spencer fosse stato negato il lieto fine. Era morta. I paramedici avevano tentato di rianimarla, ma non c’era stato niente da fare e l’ambulanza che era arrivata a sirene spiegate, si era allontanata in silenzio, accompagnata solo dal roteare delle luci azzurre.
La storia di Natale - Barbona muore che per salvare il figlio avuto da un sacerdote, titolava il Messaggero che aveva sparato a tutta pagina la foto di Cassie che riuniva le mani di padre O’Reilly e di Marco prima di esalare l’ultimo respiro. Pamela pensò che Carlo Fabbrini, con quell’articolo, si era assicurato una carriera in redazione. E che padre O’Reilly avrebbe avuto un bel po’ di difficoltà a spiegare ai suoi superiori del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali l’esistenza di quel ragazzone biondo che gli somigliava tanto.
“Buon Natale”, la salutò Patrick arrivandole alle spalle.
Erano soli in cucina. La signora Calbucci aveva già rigovernato il caos della sera prima ed era uscita con Bibì. Fabrizio, che era corso al giornale quella notte stessa, aveva lasciato una copia fresca di stampa nella loro cassetta delle lettere prima di andarsene finalmente a casa quando ormai albeggiava. Luke e Buddy dormivano ancora, come pure Ismail. Avevano insistito perché anche Andrea si fermasse, ma l’ispettore si era caricato Giulio e tutti i suoi giocattoli ed era tornato a casa. Quella mattina doveva essere presente in Questura.
“Buon Natale”, rispose, alzandosi per servirgli la colazione.
Patrick la costrinse a tornare a sedere e tolse il quotidiano aperto dal tavolo.
“Capitolo chiuso”, disse riferendosi alla vicenda di Cassie. “Ok?”
“E’ ingiusto”, protestò Pam con veemenza. “Morire così, dissanguata sull’asfalto, proprio la notte di Natale? Dov’era Dio in quel…”.
Lui le mise le dita sulle labbra, facendola tacere.
“Dio c’era e ha chiuso la storia nel modo migliore. Cassie ha ritrovato la sua dignità, ha dato la vita a suo figlio per la seconda volta e ha costretto Marco e padre O’Reilly a guardarsi negli occhi e a concedersi una seconda possibilità”.
“Un film di Frank Capra non sarebbe mai finito così”.
Patrick sorrise.
“La vita non è un film di Frank Capra, ma è meravigliosa lo stesso o no?”
Anche Pamela sorrise. Aveva all’anulare il favoloso anello con il diamante rosa.
“Ieri sera c’erano tutti gli altri e non ho avuto modo di ringraziarti. Io non me lo aspettavo”.
Patrick le prese la mano e si inginocchiò davanti a lei.
“Nessuno mai mi ha visto in questa posa”, esordì guardandola, “e conto che questa sia la prima e ultima volta. Ti amo Pamela Dorrance e quello è a tutti gli effetti un anello di fidanzamento. Che ne pensi?”
Pamela non riuscì a rispondere.
Un alè-oo da stadio esplose alle loro spalle mentre Buddy piombava in cucina, trascinandosi dietro Luke.
“Grandioso zietto, sembri un cavaliere d’altri tempi”.
Patrick scattò in piedi.
“E tu sembri la strega di sempre Non potevate restare a letto un altro po’?”
“E perderci una simile scena?”, chiese Luke. “Giammai”.
“Dì piuttosto che non ce la facevi più a reggere il ritmo di mia nipote”.
“Sono troppo gentiluomo per rispondere”.
“Ma non abbastanza per metterti in ginocchio davanti a me”, intervenne Buddy, “e chiedermi ufficialmente la mano. Perché non prendi esempio da mio zio?”
“Scordatelo”.
“E allora riprenditi il tuo anello”.
“Se proprio insisti”.
Il festoso abbaiare di Bibì in rapida salita dalle scale li avvisò che la signora Calbucci era tornata.
“Buon Natale”, li salutò entrando paludata nel cappotto nuovo.
“Che eleganza”, esclamò Patrick. “Chi gliel’ha regalato, uno dei suoi molteplici spasimanti?”
La governante rise.
“Che è tutto ‘sto casino?”, chiese la voce assonnata di Ismail. “E’ finito il Ramadan?”
“Per te non è mai cominciato”, rispose Buddy. “Buon Natale, infedele”.
“Buon Natale…”
Il telefono in salotto cominciò a squillare.
“Nipote”, la apostrofò Patrick, “va’ a rispondere. Può darsi che i tuoi amici si siano ricordati che esisti”.
Buddy non si fece pregare e tornò un istante dopo, seguita da Bibì.
“Chi era?”, chiese Pamela.
“Ho staccato il telefono. Per oggi Roma può fare a meno della Millenium Agency!”
FINE
Lauraetlory 
Capitolo trentesimo