
Ancora lui, il Chinaccia. Bravo come sempre.
Ghillean alzò le gambe cercando di colpirlo nella schiena. Non ottenne alcun risultato. Tarnell le alzò bruscamente le braccia sopra la testa e le afferrò i polsi con la sinistra. Con la destra scese a cercarle il collo. Trovò il laccio di cuoio e lo seguì nella scollatura. Sentì sotto le dita la borsa piena di monete. Doveva essere un bel gruzzolo. La scostò e afferrò il seno della donna. Il cuore le batteva come impazzito. Tarnell alzò gli occhi, mentre la sua mano strattonava la divisa per scoprire anche l’altro seno. Non aveva mai violentato una donna. Non aveva intenzione di farlo neanche ora. Ma quella situazione lo stava eccitando. Le lacrime stavano rigando il viso dell’oqriusiana. Aveva serrato gli occhi e si mordeva il labbro per non singhiozzare. Tarnell prese in considerazione la possibilità di continuare, di prendersi quel piacere che i suoi uomini decantavano. Godere di quel corpo caldo sul freddo dell’erba. E poi, chissà, sarebbe piaciuto anche a lei. Si rese conto di volerlo fare mentre la costringeva ad aprire le gambe, e si fermò. Un po’ vergognandosi di se stesso, un po’ perché, sebbene la donna non avesse proferito parola, gli era sembrato di sentirsela urlare nella mente. Le lasciò i polsi e la tirò a sedere sulla roccia. Ghillean si strinse addosso i lembi della divisa, lottando contro la crisi di pianto che stava per travolgerla. Tarnell ammirò il suo autocontrollo, la vide respirare profondamente.
“Perché?” chiese con voce quasi ferma.
“Perché cosa?”
“Perché non l’hai fatto?”
“Sono un bandito di Kiderion, è vero. Ma non ho bisogno di rubare per avere l’amore di una donna.”
“Allora perché mi hai messo le mani addosso?”
“Forse per insegnarti che, se si spara a qualcuno, lo si deve uccidere.”
Si era fatto buio. Tifon era una sagoma nera che brucava poco più in là. Tarnell estrasse il suo acciarino e radunò gli sterpi per accendere il fuoco. Ghillean lo guardò soffiare sulle scintille, finché la fiamma non cominciò a levarsi, vivida. Quell’uomo non doveva aver visto più di trenta anni di guerra, come lei. Era alto, massiccio, con la muscolatura sviluppata dalla vita all’aria aperta. Si diceva che quelli di Kiderion fossero capaci di correre tra gli alberi, di ramo in ramo, come le scimmie. Non dubitava che quell’uomo potesse esserne capace. Vestiva di pelle di daino, con frange sulla casacca e sui pantaloni. Una collana di cuoio e perle di legno colorato gli pendeva al collo. Aveva capelli e folti baffi scuri. Gli occhi erano castani, trasparenti, dallo sguardo buono.
Non lasciarti ingannare, si ammonì, è un fuorilegge. Non ti ha fatto del male, ma niente gli vieta di fartene in seguito. Cercò con gli occhi la sua pistola.
“Cerchi questa?” chiese Tarnell porgendogliela per la canna.
Ghillean guardò il tamburo.
“E’ ancora carica” la prevenne.
“Qual è il tuo nome?” domandò la donna riponendo l’arma nella fondina.
“Tarnell.”
“Cosa ci fai qui?”
“E tu?”
“Mi chiamo Ghillean e sono ambasciatore di Oqrius.”
“Perché viaggi da sola?”
“Devo incontrarmi a Fedrin con il generale Kimen di Neapyx e con un rappresentante di Dafmor.”
In quel momento balenò nelle loro menti la stessa idea: servirsi dell’altro.
Ghillean pensò che Tarnell poteva essere molto utile alla missione: era uno di Kiderion e a Kiderion era stato avvistato il mutato, posto che esistesse.
Tarnell gioì tra sé per la fortuna che aveva avuto: avrebbe seguito Ghillean, affinché lo portasse dritto dritto al mutato. Al resto avrebbero pensato lui e la banda. Le tese la mano.
“Pace?” propose.
Ghillean gliela strinse.
“Pace” ratificò.
Nel silenzio che seguì, lei prese il suo zaino e ne estrasse dei viveri.
“Ma c’è una cosa che dobbiamo chiarire. - Ghillean lo fissò a lungo prima di continuare - Sei più forte di me e puoi violentarmi, ma se deciderai di farlo dopo uccidimi. Altrimenti dovrai guardarti le spalle per il resto della tua vita.”
Era terribilmente seria e Tarnell non mostrò il sorriso che gli era salito alle labbra. In quel momento gli ricordò Doren, quando era in collera con lui.
Divisero il cibo in silenzio, la temperatura era scesa di molto e Ghillean estrasse dallo zaino la tela impermeabile della vela. Tarnell la guardò.
“Sei venuta dal Salto di Erillon?” chiese con una nota di incredulità nella voce.
“E’ la strada più breve” rispose la donna.
E’ in gamba, pensò Tarnell, più di quanto immaginassi.
“Perché me lo chiedi?” domandò Ghillean.
“Perché quella tela è la stessa delle ali con cui voi oqriusiani fate il salto.”
Ghillean fece una smorfia e Tarnell la guardò incuriosito.
“Sai, questa tua affermazione farebbe trasalire i nostri artigiani. Sono convinti di detenere il segreto della costruzione delle vele.”
“A Kiderion abbiamo molti dafmoresi. Loro sanno costruire quelle ali, ma nel nostro territorio sarebbero inutili. Abbiamo picchi dai quali lanciarci, ma non pianure sulle quali atterrare.”
Non aggiunse che, secondo lui, se il Creatore avesse voluto che gli uomini volassero, avrebbe dato loro delle ali vere. Ghillean si era avvolta nella tela, per stare più calda.
“Esistono mappe di Kiderion?” chiese.
“Che io sappia, no.”
La donna rimase pensierosa. Non poteva sapere che Tarnell era al corrente dello scopo della sua missione. Né lui glielo disse.
“Come mai devi incontrarti con uno del regno del mare? Avete intenzione di fare la pace?” chiese a sua volta.
Ghillean colse al volo il suggerimento.
“Più o meno. Sono solo i primi passi.”
“Come avete intenzione di convincerli?”
“Siamo tutti stanchi di questa situazione. Tu sei un disertore?”
“Preferisco definirmi un obiettore di coscienza.”
Ghillean sorrise ironica.
“La tua coscienza ha da obiettare solo quando si tratta di fare il proprio dovere. Non credo che tu ti astenga dall’uso delle armi.”
“No - rispose serio l’uomo - ma evito, per quanto mi è possibile, di uccidere i miei simili.”
“Difficile da credere.”
“Non ho ucciso te, eppure hai addosso abbastanza denaro da indurmi a farlo.”
La donna annuì.
“Te ne do atto, anche se ancora non riesco a capire quali siano le vere motivazioni. Scusami, ma la vita mi ha insegnato a non credere nella bontà d’animo.”
“Non hai l’aria di una che ha avuto una vita dura.”
Ghillean fu sul punto di rispondergli, ma non lo fece. Che senso avrebbe avuto parlare delle proprie sconfitte, dei propri dolori, di Vallen, con uno sconosciuto?
“Faccio io il primo turno di guardia” dichiarò imbracciando il fucile.
“Non è necessario. Tifon ci avvertirà di qualsiasi pericolo.”
La donna lanciò un’occhiata verso la grande ombra indistinta. Affidare la propria incolumità a un cavallo non le sembrava una cosa sensata. Ma era troppo stanca per protestare, si strinse nelle spalle e si sdraiò sul terreno, lo zaino sotto la testa, il fucile a portata di mano.
“Che la tua sia una notte senza guerra” augurò secondo la formula tradizionale.
“Che la tua sia una notte di pace” rispose Tarnell, sdraiandosi a sua volta.

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Un grazie enorme alla pazienza e alla maestria di

Che ne sarà di Ghillean alle prese con il bandito Tarnell?
Il nostro Niccolò lo scontro lo immagina così.
Ghillean era riuscita ad atterrare senza danni sulle dolci colline fiorite di Neapyx. Una nuvola di petali bianchi si era levata quando il parapendio si era afflosciato sull’erba. Ghillean si tolse di dosso l’imbracatura e la distrusse, come le era stato detto. Conservò la tela che, opportunamente piegata, poteva essere trasportata con facilità nello zaino. Era impermeabilizzata e poteva essere molto utile durante la missione. Era stato un dafmorese a insegnare agli artigiani di Oqrius come costruire quelle ali artificiali. Gli oqriusiani non volevano che altri imparassero quella tecnica. A Ghillean sembrava assurdo. A Dafmor sapevano costruire vele da parapendio molto più elaborate di quella che lei aveva appena usato. Neapyx era loro alleato. A chi dovevano impedire di appropriarsi del segreto?
Per quel che ne sapeva quelli di Kiderion ( era così che li chiamavano tutti: quelli di Kiderion ) si limitavano a rubare armi e denaro. Se un’arma si inceppava, la gettavano e ne rubavano un’altra. Se avessero trovato una vela da parapendio, probabilmente non avrebbero saputo che farsene. Rimase ancora qualche minuto immobile, sotto il sole. La tensione del lungo volo si scaricava ora, rendendole le gambe molli come gelatina. Estrasse dallo zaino qualche galletta e bevve un po’ di sidro. Intanto cercava di orizzontarsi. Sapeva che a occidente delle colline sorgeva Pelykon, la fortezza di Neapyx. A sud, sui primi contrafforti dei monti, c’era un villaggio, Fedrin, che un tempo era stato una città. Era lì che doveva dirigersi, per incontrarsi con i rappresentanti di Neapyx e Dafmor. Non sapeva chi avrebbe mandato Tamis XII, ma conosceva il rappresentante della repubblica, il generale Kimen. Sapeva che era un buon soldato, freddo, metodico, amante della disciplina. Ma sapeva anche che non apprezzava la collaborazione delle donne. Si caricò lo zaino sulle spalle e si mise in marcia verso sud. Verso Fedrin.
Era facile avere il meglio, quando lo si poteva togliere impunemente al prossimo. Ma bisognava saper scegliere. Tarnell aveva rubato il suo cavallo agli inizi della sua carriera di bandito e continuava a considerarlo il suo colpo migliore. Tifon era un cavallo nero, dal pelo lucido e dalla criniera folta. Aveva una macchia bianca a losanga al centro della fronte, denti forti e occhi scuri ed espressivi. Ma più che la sua bellezza e la sua forza, per Tarnell contava la sua intelligenza. Aveva spesso sentito dire che i cavalli sono animali stupidi. Gli altri forse, non Tifon. A Tarnell piaceva pensare che con il suo precedente padrone il cavallo non si fosse trovato bene. Quando lo aveva rubato a un tronfio e ricco oqriusiano, Tifon era un animale scontroso, diffidente. Si sottraeva alle carezze, quasi si aspettasse delle percosse. Tarnell aveva avuto pazienza con lui. Gli aveva parlato, gli aveva insegnato a fidarsi. E ne era stato ripagato. Tifon si comportava con il suo padrone come il migliore dei cani. Lo avrebbe riconosciuto tra mille, non mancava mai di rispondere ai suoi richiami. Obbediva, anche se l’ordine contrastava con le sue paure di cavallo. Obbediva perché sapeva che Tarnell non gli avrebbe mai ordinato di fare qualcosa che mettesse a repentaglio la sua vita. E se c’era da rischiare lo facevano insieme. Quando cavalcava Tifon, a pelo per non infliggergli l’umiliazione della sella, Tarnell si sentiva tutt’uno con lui.
Nel suo passato a Neapyx c’era un corso di studi abbandonato a metà. Tarnell non era il tipo adatto per passare delle ore chino sui libri, a rovinarsi la vista. Ma aveva una passione per la storia e per le antiche leggende. Sapeva che tra queste, una parlava di una mitica razza di esseri metà uomo e metà cavallo: i centauri. Lui sapeva che non erano mai esistiti, eppure in sella a Tifon riusciva a capire cosa avrebbe potuto provare un essere del genere, libero di cavalcare contro il vento, su pianure ondulate o tra rocce impervie, su una spiaggia dell’oceano o tra boschi profumati. Tarnell e Tifon: un cervello d’uomo e i muscoli di uno splendido stallone nero.
Gli bastò un semplice tocco alle redini perché Tifon passasse dal galoppo al piccolo trotto. Si stavano avvicinando a uno dei boschetti che costellavano le colline di Neapyx. Il sole si approssimava al crepuscolo e tingeva di colori irreali le nubi bianche che percorrevano il cielo, maestose. Il tempo sarebbe cambiato, ma non subito. A est si accendevano le prime stelle.
“Forse - disse Tarnell rivolto a Tifon - potremmo raggiungere Fedrin stanotte stessa. Ma preferisco l’aria aperta a una vecchia locanda. E tu?”
Tifon nitrì il suo assenso, poi sollevò la testa, improvvisamente vigile. Tarnell imbracciò il fucile e si guardò intorno: non vide né sentì nulla, ma sapeva che Tifon non poteva sbagliarsi. Smontò in silenzio.
“Da che parte?” bisbigliò.
Il cavallo guardò il folto degli alberi e grattò il terreno con lo zoccolo.
“Non muoverti” gli ordinò, poi si addentrò nel boschetto.
Le guarnigioni di Neapyx, come d’altronde degli altri stati, se ne stavano per lo più al riparo nelle fortezze. Erano anni che non si vedevano movimenti di truppe in quella zona. Ma non si poteva esserne certi, la guerra era ancora in corso. Tra le fronde, più avanti, si intravedeva una radura. Tarnell si avvicinò, celandosi dietro un grosso tronco. Al centro di quello spiazzo irregolare si trovava una polla di acqua sorgiva, incuneata tra le rocce che a volte affioravano dal terreno delle colline. Inginocchiato su una delle rocce stava un individuo. Indossava una divisa militare di Oqrius, aveva lunghi capelli raccolti in una treccia e gli dava le spalle. Ma Tarnell non ebbe dubbi che si trattasse di una donna. Era il modo in cui si era inginocchiata, come si muoveva, la curva morbida dei fianchi sotto il cinturone e il fatto che stesse tentando di lavarsi senza spogliarsi. Immergeva un fazzoletto nell’acqua e con quello si detergeva il viso, il collo, le spalle. Il rumore dell’acqua avrebbe coperto i suoi passi. Uscì dal nascondiglio dopo aver lasciato il fucile per la pistola, e si inoltrò con cautela nella radura. Il fitto sottobosco lo tradì. Un ramo gli si spezzò sotto il piede e la donna si girò di scatto, brandendo a sua volta una pistola. Si era mossa rapidamente, tradendo un lungo addestramento militare, ma non abbastanza da impedirgli, se avesse voluto, di ucciderla. Tarnell decise che non si trattava di un soldato di professione. La luce stava rapidamente scemando.
“Salve” disse continuando a tenerla sotto tiro.
Tra i lembi fradici della divisa sbottonata occhieggiava una borsa di pelle appesa a un laccio di cuoio. Da come si muoveva sul seno della donna, quella borsa doveva essere piena di monete. Ghillean intercettò il suo sguardo e armò il cane della pistola.
“Chiunque tu sia, faresti bene a tornare da dove sei venuto.”
“Negheresti a un assetato l’accesso all’acqua?” chiese Tarnell avvicinandosi.
Ghillean si alzò in piedi.
“Negherei a un bandito di Kiderion il diritto di derubarmi.”
“Si vede così bene?”
“Cosa?”
“Che sono un bandito di Kiderion.”
Si era avvicinato ancora.
“Fermati o sparo!”
“Posso sparare anch’io.”
“Allora moriremo insieme.”
“Ci sono cose più piacevoli che potremmo fare insieme.”
“Piacevoli per chi?”
“Per entrambi, credo.”
Ghillean tirò il grilletto e Tarnell sentì la pallottola fischiare accanto al suo orecchio.
“La prossima te la pianto in mezzo agli occhi”, dichiarò la donna.
L’uomo sorrise e ripose la propria pistola nella fondina.
“Vedi - disse - non ho cattive intenzioni.”
In quel momento si udì un forte rumore di fronde spezzate. Ghillean cercò con lo sguardo la fonte del rumore e Tarnell la scaraventò a terra mentre Tifon, richiamato dallo sparo, irrompeva nella radura. La colluttazione fu breve. Ghillean tentò di difendersi con tutte le astuzie imparate dal suo istruttore personale, Vallen. Ma la disparità fisica era troppa per permetterle di avere anche una sola possibilità. Mentre il bandito di Kiderion la immobilizzava dolorosamente a terra, Ghillean capì che stava per essere derubata, violentata e, forse, uccisa. Tentò di richiamare alla mente le parole del sergente al suo corso di addestramento annuale. Quel sergente era una donna, dura come fosse scolpita nella pietra. Si diceva che i dafmoresi l’avessero catturata e tenuta prigioniera per quasi un anno. Un anno durante il quale era stata il trastullo di un’intera guarnigione.
“Tutto ciò che uno stupratore vuole - aveva detto - è penetrarvi. Vuole affondarvelo dentro e sentirvi urlare. Ma il dolore che una penetrazione può dare non è mai peggiore di quello che può darvi una pallottola o un pugnale. Lasciatelo fare, non opponetevi. Servirebbe solo a eccitarlo di più e a farvi sentire più dolore. Lo stupro per una donna è l’equivalente di una robusta serie di frustate per un uomo. Dopo ti senti morire per il dolore e per l’umiliazione. Ma non muori, ed è solo questo l’importante.”
A Ghillean, ora, non sembrava poi così importante. L’uomo le aveva bloccato i polsi a terra e si era messo al sicuro da colpi bassi, montandole cavalcioni. Il suo peso le gravava sul ventre, impedendole ogni movimento. Ghillean alzò gli occhi su di lui, sentendosi sul punto di implorare pietà. Lacrime di rabbia e di paura le brillarono tra le ciglia mentre Tarnell la fissava.
“Non mi piace che mi si spari addosso”, le spiegò.
“Avrei dovuto ucciderti!” esclamò Ghillean e la voce le uscì troppo acuta.
“Di avrei dovuto sono piene le fosse. Cosa ci fa una come te in giro da sola?”
“Che significa una come me?”
“Una che non sa difendersi. Sai cosa potrei farti adesso?”
Cominciamo con l'illustrazione al capitolo XI, quello dell'incontro tra Litia di Dafmor e lo strafottente generale Kimen di Neapyx. Il nostro Niccolò se l'immagina così...

Bello eh? Ma non è finita, vi avevo annunciato una new entry e tanto per farvi venire l'acquolina in bocca vi informo che Gianluca Abbondanza sta lavorando ad un personaggio che tutti voi ancora non conoscete. E questi sono disegni preparatori.

Che ne dite? Aspetto i vostri pareri e vi lascio con quella che, se riuscirò un giorno a pubblicare questo romanzo, vorrei scegliere come copertina. Ovviamente sempre a cura di Niccolò Pizzorno.

Erano già un paio di giorni che il generale Kimen attendeva in una locanda l’arrivo del rappresentante di Dafmor. Aveva sguinzagliato lungo il confine i suoi uomini, perché lo avvisassero di ogni movimento. Quella sosta forzata, comunque, non gli pesava. Il cibo era buono, il letto comodo, le cameriere compiacenti. Erano anni che non prendeva una vacanza e cominciava a sperare che il dafmorese si facesse attendere ancora qualche giorno. Non fu esaudito. Uno dei suoi uomini piombò nel portico della locanda e scattò sull’attenti.
“Riposo soldato, novità?”
“La scorta ha appena lasciato il rappresentante di Dafmor al confine.”
Kimen annuì. Il confine distava da lì circa cinque chilometri. Aveva il tempo di finire la sua birra e di indossare la divisa.
“Puoi andare soldato.”
“Generale...”
“Che altro c’è?”
“L’inviato, signore, è... una donna.”
Ecco, pensò Kimen, come una giornata iniziata bene può finire male.
“Ne sei sicuro?”
“Sissignore. E’ la principessa Litia di Dafmor.”
Il generale non aveva una gran memoria per i nomi, ma ricordava i visi. Identificò subito quello di Litia e vi associò il giudizio: superba, arrogante, saccente, donna. Praticamente quattro sinonimi. Kimen non era un misogino. Le giovani cameriere della locanda potevano testimoniarlo. Però non sopportava le donne che avessero un potere, o che supponessero di averlo. L’aveva incontrata al convegno di Thulem e non gli era piaciuta, neanche un po’. Decise che avrebbe potuto benissimo attenderla lì, disteso sull’amaca, con un altro boccale di birra. Congedò il soldato e si accese un sigaro, dicendo addio alla prospettiva di una missione di tutto riposo.
Litia aveva salutato la scorta e aveva attraversato da sola il confine, segnato da un muretto a secco che si perdeva in lontananza. C’era stato un tempo, agli inizi della guerra, in cui quel perimetro era stato difeso da una rete elettrificata e da postazioni armate. A cercare bene ancora oggi si trovavano frammenti di quella rete e pezzi di condensatori. Il filo di rame che li avvolgeva veniva usato dalle donne di Dafmor per intrecciare monili e acconciature. Non c’erano nette ripartizioni di razza tra Oqrius, Neapyx e Dafmor. Ma il regno del mare aveva una prevalenza di gente dai capelli rossi. Nei libri si diceva che ciò era dovuto alla colonizzazione, in tempi antichissimi, di un popolo marinaro venuto dai ghiacci inospitali del nord. Quel popolo aveva lasciato in retaggio ai dafmoresi i capelli rossi e la passione per il mare. Il rame ben si intonava a quelle capigliature e Litia cingeva sempre i suoi ribelli riccioli rossi con una fascia di piastre di rame. Avrebbe potuto sfoggiare gioielli ben più preziosi, ma non amava l’ostentazione. Difficilmente pretendeva che qualcuno la chiamasse principessa. Kimen ebbe l’onore di sperimentare una di quelle volte.
Aveva percorso al piccolo trotto la strada fino alla locanda. Era armata, ma non incontrò nessuno di quelli che suo padre chiamava, genericamente, nemici. Solo un giovane cervo le attraversò il sentiero, fuggendo poi spaventato. Giunta alla locanda, affidò il cavallo, una magnifica giumenta dal manto bianco e nero, allo stalliere e chiese del rappresentante di Neapyx. Le venne indicato il portico, verso il quale si avviò seguita dagli sguardi curiosi delle cameriere: non capitava spesso di vedere lì uno del regno del mare. Le locande di confine, ridotte ormai a catapecchie, si reggevano in piedi solo grazie ai soldati incaricati di segnalare eventuali sconfinamenti o movimenti di truppe. Come poi riuscissero a svolgere il proprio compito bevendo e giocando ai dadi, restava un mistero.
Uscita sul portico, Litia pensò che le cameriere si fossero sbagliate. Non c’era nessuno lì, a parte un uomo intento a dondolarsi su un’amaca, una gamba penzoloni e un sigaro tra le labbra. Stava per girare i tacchi, quando lo riconobbe. A Thulem lo aveva visto avvolto nell’uniforme di gala e in tutta la sua prosopopea, ma non poteva sbagliarsi. I capelli, castani e lisci, raccolti in un laccio di cuoio ornato da due lucidi bossoli di munizioni di quattro secoli prima, erano quelli del generale Kimen di Neapyx. L’uomo avvertì la sua presenza e si voltò.
“Era ora che arrivaste - la apostrofò, scuotendo in terra la cenere del sigaro. - Sono qui da due giorni.”
“Sono bastati ad abbrutirvi. Fingerò di non avervi visto, signore. Salirò in camera mia per rinfrescarmi. Incontrerò il generale Kimen a cena e pretenderò da lui gli omaggi che mi spettano come principessa e rappresentante del mio paese. Diteglielo, se lo incontrate.”
Ho appena spedito agli autori che hanno aderito al progetto
e-book Highlander
la bozza elaborata dal nostro fido Alaine (alaine@iol.it).
Il vostro compito è esaminarla e segnalare all'indirizzo qui sopra eventuali refusi o imprecisioni o come volete essere chiamati (nome e cognome, nickname o cosa?). Inoltre sarebbe bene che chi ancora non l'ha fatto, integrasse eventuali disegni, foto o avatar. La bozza è ad uso interno, fino a quando tutti non abbiamo dato il proprio assenso, quindi
NON LA DIVULGATE
A me sembra un lavoro ben riuscito e sono lieta, insieme a Lory e Alaine, di esserne stata l'ideatrice.
p.s. Qualcuno sa dirmi come raggiungere MARINA FAVRO e NICK TRAVERSO?

Beatevi di questa nuova tavola del nostro bravissimo Niccolò Pizzorno (nel link trovate un rimando al suo blog con delle tavole su Blade Runner che meritano, fidatevi!).
E preparatevi, perché un secondo, bravissimo illustratore sta per esordire da queste parti. E' giovanissimo, ha 20 anni, è delle parti di Cesena ed ha una mano molto felice. Lui ha scelto di illustrare un personaggio in particolare e, vi assicuro, ne vedrete delle belle!
Per quanto ne sapeva Ghillean, il Salto di Erillon era l’unico punto al mondo dove fosse possibile vedere una galleria di arcobaleni. Era un fenomeno che non cessava mai di impressionarla e commuoverla. Era la dimostrazione di quanto il mondo sarebbe stato bello. Se noi non facessimo di tutto per distruggerlo, pensò.
La sua scorta stava preparando il necessario per il salto. Lei si era avvicinata all’orlo del precipizio che era il confine meridionale di Oqrius. Le forze immense del sottosuolo, quelle di cui aveva letto nei suoi amati libri, avevano spezzato e sollevato la roccia, creando il grande altopiano di Oqrius, che terminava bruscamente con un gradino di settecento metri. Il fiume Erillon, che scorreva placido sull’altopiano, si trasformava lì in una belva ruggente che si slanciava nel vuoto con impeto. L’acqua nebulizzata creava migliaia di arcobaleni sempre diversi, sempre in movimento. Dal Salto di Erillon, attraverso ventagli di luce colorata, Neapyx con le sue foreste oscure, le sue montagne, le colline fiorite, il lago Vigan, sembrava una terra magica e irreale. E forse lo è veramente, si disse Ghillean, forse sto per abbandonare la realtà.
“Signora - annunciò il sergente giungendole alle spalle, - noi siamo pronti.”
Ghillean lo seguì lungo la riva scoscesa dell’Erillon. Tutto era pronto per il salto. La prima volta che Ghillean aveva fatto quell’esperienza, c’era stato Vallen al suo fianco. La cascata di Erillon era un trampolino di lancio naturale. Per molti anni gli oqriusiani se n’erano serviti per incursioni aeree sulle postazioni dei golpisti, alleati di Dafmor. Poi i golpisti si erano ritirati a Dafmor, Neapyx era divenuto un territorio alleato a tutti gli effetti e il Salto di Erillon era ormai solo il modo più veloce e più pericoloso per portare notizie a Pelykon. Pericoloso per la sua natura e per le bande di Kiderion. I banditi si appostavano sugli alti alberi che cingevano le rive del lago Vigan e facevano il tiro a segno con gli alati messaggeri di Oqrius. Le acque del lago erano state una tomba per molti di loro. Ghillean venne aiutata ad assicurare gli attacchi delle ali posticce. Sapeva che quell’ingombrante insieme di cinghie e tela si chiamava, un tempo, parapendio. I soldati la aiutarono a salire sulla canoa con la quale avrebbe affrontato la cascata. Poi la trainarono a remi fino al centro del fiume, nel punto in cui l’impetuosa corrente avrebbe ancora permesso alla loro robusta barca di tornare a riva. La cima che assicurava la piccola canoa alla barca si tese immediatamente.
“E’ pronta?”, urlò il sergente al di sopra del boato dell’acqua.
Ghillean, lo sguardo rivolto al vuoto nel quale il fiume spariva, gridò a sua volta.
“Pronta!”
La cima venne tagliata e immediatamente la corrente si impossessò della canoa. Ghillean avvertì lo strattone che la resistenza dell’aria diede alla tela del parapendio. La velocità aumentò vertiginosamente mentre la grande ala si riempiva d’aria. Chiuse gli occhi nel momento in cui la canoa superò il ciglio della cascata. Le sue gambe persero il contatto con la piccola imbarcazione, mentre le braccia le venivano bruscamente e dolorosamente spinte all’indietro. Quando riaprì gli occhi stava volando, a settecento metri d’altezza, circondata dagli arcobaleni. Una corrente ascensionale si impadronì di lei, permettendole di eseguire un’ampia virata sull’altopiano. Vide chiaramente i cenni di saluto della sua scorta, poi superò di nuovo il confine di Oqrius, veleggiando lentamente sul lago Vigan. La sua ombra percorreva, oscura e minacciosa, la liscia superficie del lago e Ghillean desiderò con tutte le sue forze che un’altra ombra le si affiancasse, com’era accaduto tanti anni prima. Sentì con chiarezza crudele la voce di Vallen che le impartiva le istruzioni, gridando nell’aria piena di luce e arcobaleni. Come tanti anni prima, seguì quelle istruzioni, planando verso il basso, verso gli alberi.
Se adesso risuonasse un colpo di fucile, pensò, potrei di nuovo essere con te, Val.
Ma tra gli alberi non c‘era nessun cecchino di Kiderion. Ghillean continuò a veleggiare, superando il lago Vigan e dirigendosi verso le colline, dove avrebbe potuto atterrare senza pericolo.
E occhio che stanno per arrivare delle sorprese.